(Gv 9, 1-41)

Sabato 18 Marzo ho partecipato alla manifestazione che Famiglie arcobaleno, insieme ad altre associazioni, ha organizzato in pazza della Scala a Milano. La posta in gioco è molto alta: la tutela delle famiglie omogenitoriali, in particolare dei figli e delle figlie. Una materia assai complessa, vittima di un imperdonabile vuoto legislativo, che aveva trovato una soluzione provvisoria grazie all’iniziativa di singole amministrazioni comunali, tra cui quella milanese, e che adesso viene messa in pericolo dalle politiche dell’attuale governo.

Il clima della manifestazione mi ha molto colpito e ciò che ho ascoltato, privo di retorica e di ideologismi, mi è rimasto dentro nei giorni successivi. Tanta vita ha abitato quella piazza, nelle sue molteplici forme, età, “appartenenze”, identità, vissuti, coloriture, sfumature. I rappresentati politici non hanno preso la parola, non era il loro spazio. Alla politica la piazza ha chiesto impegno, là dove può agire.

Mi sono portato dentro le sensazioni della giornata anche il girono successivo, alternando stati d’animo diversi, quasi bloccato dalle mie reazioni ora di rabbia, ora di dolcezza, ora di tristezza. E quando mi sono ritrovato di fronte alla pagina evangelica della IV domenica di Quaresima, che per una strana coincidenza liturgica prevedeva lo stesso brano sia nella liturgia ambrosiana che in quella romana, ero convinto che non sarei riuscito a tirarne fuori nulla, sebbene quello del “cieco nato” sia un brano a cui sono legato e al quale ho dedicato ampio spazio in Etica della libertà.  

Ma, e ogni volta mi sorprendo, a me capita una cosa singolare col Vangelo (specie quello di Giovanni), una cosa che non mi accade altrove: quando mi confronto con la pagina evangelica (non solo quelle canoniche, devo dire) emozioni, sentimenti, pensieri esperienze, acquistano un quadro d’insieme. È ben altra cosa dal “mettere a posto” le cose, è la percezione che ciò che mi anima procede in una stessa direzione, senza che questo ne sopprima la varietà delle sfumature. Così man mano che leggevo e rileggevo questa pagina evangelica, mi venivano alla mente alcuni pensieri che ho deciso di condividere.

Anzitutto pensavo alla metodologia che l’agire di Gesù suggerisce e che esprimerei così: non basta rispondere ad una necessità, è necessario che i nostri gesti siano in grado di riconfigurare il senso della realtà, generando una diversa esperienza delle relazioni.

Alla vista del cieco nato che sta a mendicare, i discepoli si rivolgono a Gesù chiedendo chi abbaia commesso peccato (lui o i genitori) perché lui nascesse in quella condizione. La risposta di Gesù è secca: né lui né nessun altro. E lo guarisce. Senza formule, solo manipolando il suo corpo e riconsegnandolo ad un movimento autonomo: va a lavarti alla piscina di Siloe.

I discepoli non fanno altro che riprodurre il pensiero dominante: se è affetto da cecità evidentemente il suo corpo malato rispecchia la sua anima malata; la malattia è intesa come la manifestazione esterna del peccato. Gesù con un gesto non cancella solo la cecità dell’uomo, cancella l’intero universo simbolico-religioso che questa cecità portava con sé. Non si limita a rispondere ad una esigenza pratica, ma riconfigura il senso della realtà che fa di quell’uomo un emarginato.

Mi ha molto colpito, e lo porto dentro con cura, l’intervento della presidente di Famiglie arcobaleno Alessia Crocini, che in un passaggio ha detto che il concepimento non è un fatto meramente biologico, che i figli si concepiscono prima che prendano corpo nel corpo di un genitore. Che i figli si concepiscono pensandoli, volendoli, amandoli.

Le battaglie sono sempre battaglie culturali, ciò che è in gioco è la possibilità di instaurare un differente modo di agire e di pensare. La lotta per far sì che la legge riconosca e tuteli alcuni soggetti non esaurisce il lavoro da fare. Piuttosto deve essere l’occasione per un ripensamento radicale di alcuni luoghi (comuni) della nostra cultura. Io sono fermamente convinto che l’ottenimento dei diritti sia solo uno degli obiettivi, ma che il compito più grande sia quello di mostrare che è possibile un altro modo di essere umani, che esistono altre umanità che non abbiamo ancora esplorato del tutto. Per questo alcune battaglie non sono e non possono essere battaglie di categoria, perché in esse ne va del senso del mondo che vogliamo costruire. Ed era bellissimo vedere persone molto diverse tra loro affermare e lottare per un differente modo di essere famiglia.

Mi piace molto l’immagine della famiglia arcobaleno. L’arcobaleno è un simbolo bellissimo: nasce laddove la luce si rifrange, laddove ciò che sembra unitario si rivela molteplice. L’identità, la famiglia, l’amore non ha nulla di omogeneo, ha mille colori; è tutto amore pur essendo molteplice. Ma l’arcobaleno è anche un modo diverso di vedere le cose. C’è un momento, ed è questo, in cui siamo chiamati a scorgere nella realtà una molteplicità che “a occhio nudo” non riusciamo a vedere. È davvero un fatto di visione. È come se l’arcobaleno ci dicesse: guarda, ciò che pensavi omogeneo è sfaccettato, la tua visione delle cose è parziale e astratta.

L’altro elemento del brano evangelico che mi sembra non trascurabile lo direi così: bisogna aprire gli occhi sulla vita e farsene carico.

Mi ha colpito della manifestazione la quantità, la qualità e la varietà di vita che in essa vibrava. Nessuna retorica, nessuna presa di posizione ideologica, solo esperienze di vita, vite che, per il fatto stesso di essere vissute, avevano aperto una nuova visione del mondo.

Penso che la politica debba avere il coraggio di prendere atto della realtà e contribuire a darle una forma che renda possibile la vita delle persone, così come sono. Credo che ci serva una politica all’altezza del presente e capace di progettare il futuro. Non si può dire alla realtà come deve essere. Si tratta piuttosto di accogliere la vita nelle sue infinite manifestazioni e farsi interrogare dalla vita; tutto il resto è ideologia, oppressione, violenza.

Il brano di Giovani indugia più sul dialogo che segue il miracolo che sul miracolo stesso. Le autorità religiose non riescono a darsi pace del fatto che il cieco (nato) sia tornato a vedere: la realtà è abbagliante per loro, non riescono a sostenere la luce di questa nuova visione. In gioco c’è il mondo che loro conoscono e nel quale hanno trovato il loro posto tranquillo. La guarigione non riguarda solo il cieco; cancellando la sua cecità e con essa il nesso tra peccato e malattia che faceva del cieco un emarginato e un reietto, Gesù rischia di far crollare il mondo che una certa cultura aveva costruito, i ruoli sociali, il posizionamento economico e quello politico.

Di fronte alle domande insistenti che le autorità gli rivolgono, il cieco guarito risponde l’unica cosa che davvero può dire: so solo questo, che prima non ci vedevo e adesso ci vedo. A chi non è capitato di trovarsi di fronte a persone che chiedevano di rendere ragione del proprio vissuto e di non poter dir altro che questo: non so altro, so solo che amo questa persona. Il vissuto ha a volte una evidenza tale che non si può far altro che arrendersi ad essa e avere la forza e il coraggio di farsene carico. È solo se rimaniamo su un piano astratto che ci sembra di poter decidere come dovrebbero andare le cose, ma noi siamo già dentro la vita.

Questa esigenza è ancora più radicale per un cristiano, perché sa che il suo Dio parla solo attraverso la vita dell’altro e che solo facendosi carico della vita (dell’altro) è possibile vivere veramente la fede.

Alla fine del brano Gesù dice una cosa che nella traduzione CEI non si coglie in tutta la sua forza: sono venuto per portare un giudizio. Qui il riferimento non è morale; Gesù non viene a dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, Gesù viene a portare un’esperienza che fa entrare in crisi i modi tradizionali di pensare e agire; apre una differente comprensione della realtà. Gesù è un luogo di crisi, le sue parole e le sue azioni sono un luogo in cui prende forma un giudizio sul mondo, nel senso che non si può rimanere neutrali, bisogna prendere posizione: o si o no. I tentativi, come nel caso delle autorità religiose, di trovare degli accomodamenti non funzionano.

Così è per la congiuntura storica nella quale ci troviamo: è arrivato il momento di essere all’altezza della realtà, di prendersi carico di un vissuto che è già andato al di là delle nostre categorie politiche, culturali, religiose, sociali, economiche.

Altro che storie, non solo il cristiano dovrebbe essere all’altezza di una visione differente, anziché chiudere gli occhi, ma (come accaduto in altre epoche storiche, alcune ahimé molto lontane), dovrebbe essere lui stesso elemento di crisi, capace di rifrangere l’apparente monoliticità del reale in una pluralità infinita di colori.

Il cristiano deve esercitarsi ad essere arcobaleno.

Un pensiero riguardo “Aprire gli occhi sul presente

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