Ho una passione per le tazze da té, sopratutto le tazze antiche.
Di recente, in un negozio che tratta articoli usati, ho comprato una coppia di tazze da té di porcellana bavarese degli anni venti, verdi. Già solo raccontarlo mi commuove perché sono di una bellezza rara.
Anche se la forma non è tra le mie preferite (sono ampie e basse), è il colore che mi ha rapito. Un verde intenso arricchito da una fascia d’oro sul piattino e sul bordo della tazza (anche il manico è ricoperto da una foglia d’oro).
Stamattina (le ho comprate da un po’, ma sono fatto così) ho deciso di usarle.
All’inizio mi ha colpito (e anche un po’ infastidito) la notevole differenza di peso tra il piattino e la tazza. Mentre il piattino è spesso e ne avvertivo il peso, la tazza è leggerissima; avevo paura ad usarla perché non riuscivo a gestirne la leggerezza.
Ho preparato il mio té, l’ho versato nella tazza e dopo qualche minuto ho cominciato a sorseggiarlo, tenendo il piattino nella sinistra e la tazza nella destra (trovo una vera barbarie usare le tazze, sia del té che del caffè, senza piattino).
Ovviamente il riempimento della tazza ne aveva riequilibrato il peso e al secondo e poi al terzo movimento la tazza non “mi scappava di mano” come quando era vuota e il piattino (nel contempo) forniva il giusto contrappeso.
Allora ho pensato: vedi, il peso della tazza era pensato prevedendo che avrebbe contenuto il té. Il suo equilibrio era pensato prevedendo il suo contenuto. La tazza era pensata come qualcosa di vivo, una cosa destinata ad un’azione e non come un oggetto in sé completo.
Voi direte: beh, che scoperta!
Eh, ma pensate alle tazze (anche belle) che si acquistano adesso; spesso non hanno questa accortezza (ecco perché poi uno tralascia il piattino), non hanno questo equilibrio: sono delle belle tozze tazzone pensanti, che pesano già un accidente prima di riempirle.
E subito la mente è andata (sì, penso tanto mentre faccio colazione!) a noi, al nostro modo di essere, sopratutto alla formazione, ma non solo: al nostro rapporto col mondo.
Indubbiamente siamo fatti per “contenere” esperienze di vita: letture, incontri, riflessioni, relazioni, sentimenti e tanto altro. Vogliamo dire che è la nostra memoria a farlo? Potremmo anche dirlo a patto che immaginiamo la nostra memoria come qualcosa che investe tutto noi stessi: il corpo, le mani, i piedi, le viscere, non solo “il cervello”, sono luoghi in cui si depositano le nostre memorie (e chi è un po’ colitico come me sa cosa voglio dire!).
Il tratto caratteristico dell’essere umano è questa sua capacità di “contenere” le sue esperienze, i suoi vissuti: ricordare, custodire, meditate, concepire, sono modi in cui l’uomo contiene il mondo in cui è contenuto.
Ma bisogna imparare dalla tazza: bisogna anzitutto ricordare che questa arte della memoria necessita di un piattino. Non dobbiamo dimenticare che il contenuto che siamo deve avere un appoggio; è difficile da tenere con una sola mano, sospeso per lungo tempo. Qual è il nostro appoggio? Dove troviamo quiete, dove il nostro lavoro di “contenimento” sta in equilibrio? Non dobbiamo trascurarlo.
In secondo luogo, la tazza non è fatta per essere sempre piena. A volte è piena, a volte è vuota. Così come non è fatta per stare sempre sollevata. A volte sta sollevata, a volte sta appoggiata: l’essere un “contenitore” ha bisogno di un ritmo. Qual è il nostro ritmo?
In terzo luogo: la tazza non è fatta per stare sospesa a lungo. Ecco, a volte, in certe situazioni della vita, mi sono sentito (e ancora mi sento) un contenuto pesante in un fragile contenitore, sospeso nel vuoto per troppo tempo. Ed è un attimo che il fragile manico dorato si crepi o si rompa…
E infine: non bisogna dimenticare che non tutti i contenuti vanno bene per tutte le tazza: se metti nella tazza bavarese una crema di zucca, non credo che reggerà a lungo.
Questa è un po’ la “preghiera della tazza”: contenere con ritmo ed equilibrio il vissuto; tanto il proprio quanto l’altrui…
Non so se possa identificarmi con la tazza bavarese degli anni venti; il colore verde e oro mi piace molto, ma è troppo larga e bassa per me. Mi sento più una tazza alta e un po’ tondeggiante, perché ho sempre paura di non riuscire a custodire bene le cose; diversamente sentirei che ciò che custodisco è troppo esposto all’esterno e avrei paura che un movimento di troppo potrebbe far versare il contenuto.
E per te? Qual è la forma del tuo custodire la vita, quale il ritmo e dove sta il tuo punto di riposo?
Grazie per lo sguardo che queste parole regalano, provo a rispondere seguendo il filo del discorso, alla domanda offerta con l’immagine che mi si è presentata, immagine Infinitamente più banale e meno poetica,
É l’Immagine di un tavolo entrato in casa nostra ironicamente qualche giorno prima che primo lockdown tenesse un po’ tutti separati per un tempo.
Si tratta di un tavolo grande ma non troppo, con un sottile piano bianco e quattro zampe di semplicissimo legno chiaro un po’ divaricate. Una tavolo grande ma non troppo, la misura per cui ci si può stare da soli e pian piano riempirsi fino a otto persone stringendosi un po’.
Dall’uno all’otto il numero delle combinazioni possibili.
Ha una sottile lastra bianca perché mi piace l’idea che sia una sorta di foglio da scrivere e riscrivere, una lavagna che puó tornare bianca anche se scritta e riscritta più volte.
Rettangolare, é caratteristica necessaria; non mi piacciono, mi si perdoni, i tavoli rotondi, le loro equidistanze mi sembra che allontanino, mi sembrano una sorta di armoniosa democrazia imposta; il rettangolo offre prospettive diverse, possibilitá di vicinanze differenti che possiamo modificare, scegliere, ha quella regolare irregolarità che amo molto in tutte le cose.
Il tavolo costruisce i luoghi, é il tessuto di quello che vorrei fossero le vite. Ci si puó stare per un tempo da soli ma é sempre in attesa di altri, di accadimenti, partenze e arrivi. Si può condividere il silenzio in cui ciascuno lavora, studia, pensa, lasciando che sia semplice a un certo punto accedere alle parole, scambiare, scritture e scritture di sogni e progetti. E poi il tavolo é mensa, è un tempo di condivisione in cui tutti i sensi giocano insieme, come le persone; il cibo e le bevande si dividono mescolate alle vite e alle parole.
La superficie è capace di diventare un tappeto variopinto coperto di carta, parole e storie, oppure profumato di cibi, bevande e storie. A tavola si racconta, ci si racconta prendendo la parola e scambiandola, con voci che provengono da tutti gli angoli e si ritrovano nuovamente nel centro senza centro.
A tavola di puó stare a lungo ma non eternamente, si puó portare molto ma lo spazio é finito. Chiede una generosità misurata e che primo o poi ci si alzi, si sparecchi, torni il bianco di una nuova possibilità diversa. Ci spinge a ripartire con fogli in tasca, pensieri in più nella testa, storie nel cuore, avanzi di cibo che tengono compagnia alla memoria. Chi parte può tornare, è una sorta di approdo, qualcosa che si apre e si chiude con un ritmo vario e batte con il rumore delle cose che sul tavolo si appoggiano, delle parole che su di lui rimbalzano. E mi piace anche che non trattenga visibile memoria, il tavolo torna vuoto, torna bianco in aperta attesa. A noi che andiamo e torniamo il resto.
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