Ci sono volte in cui mi piace pregare laddove mi trovo, ma ci sono anche volte in cui sento il bisogno di inserire la preghiera in un contesto «liturgico». Alcuni oggetti, alcuni movimenti, alcune azioni, l’attivazione di alcuni canali percettivi (ascolto, olfatto, vista) sono fondamentali.
Da momento che gli spazi e i tempi della mia vita, rispetto alla mia infanzia e adolescenza, sono cambiati, la mia liturgia domestica ha impiegato un po’ di tempo a decollare. Agli impedimenti pratici si sono poi sovrapposti gli scrupoli «intellettualistici», che non sempre aiutano, specie quando si ha a che fare con aspetti (quali la preghiera e la liturgia) che (come l’amore) non maturano solo nella sfera intellettuale.
Tuttavia ritengo importante avere una (propria) liturgia, cioè costruire e coltivare anzitutto una propria scansione del tempo, mi verrebbe da dire una scansione interiore del tempo. Intendo con questo termine non qualcosa di intimistico, né qualcosa di privato o di spiritualeggiante, semplicemente (si fa per dire) una scansione del tempo (e dello spazio) che non sia eterodiretta, che non derivi da fattori esterni o estranei, ma che maturi da un libera decisione che nasce dall’ascolto di noi stessi, delle nostre esigenze, del nostro cuore (si direbbe biblicamente).
Per fare questo trovo necessario, oltre ad un lungo esercizio fatto di prove, errori, stanchezze, entusiasmi e abbandoni, anche l’aiuto di alcuni oggetti «catalizzatori», che veicolino una simbologia (non posticcia, non artefatta).
Faccio un esempio, da tempo mi chiedo se durante la mia preghiera quotidiana non debba indossare una veste differente. Non c’è dubbio che questa cosa derivi da un’abitudine: per anni ho servito messa e il gesto di indossare una veste liturgica ha sempre rivestito un certo fascino e ha conferito una certa dignità a ciò che facevo, oltre a rispondere, senza dubbio, ad un mio gusto estetico. Ma può esser solo l’abitudine a muovere questa esigenza? Può essere solo un fatto estetico? Il gusto di camuffarmi? O, peggio, un gesto nostalgico: replicare in qualche modo quello che non posso più fare?
Ricordo che negli anni dell’università seguì un corso di Storia del pensiero ebraico tenuto dal prof. Laras (allora rabbino capo di Milano) sulla mistica ebraica. Alcuni mistici, durante la preghiera, erano soliti indossare abiti sui quali erano ricamati passi della Scrittura (se non ricordo male), quasi a significare la loro immersione in una dimensione differente, quasi a «rivestirsi della Parola» (questa cosa per un martiniano come me fu meravigliosa) che avrebbero pregato, incarnato, meditato.
È molto bello intendere (penso ad A. Zarri, Nostro signore del deserto) l’interiorità non come separazione, ma come una relazione con l’esterno; per questo motivo la preghiera, la vita di fede, è spesso (quasi sempre direi) connessa ad una simbologia pratica che noi (istintivamente) definiremmo esteriore: rivestirsi, mangiare, fare l’amore etc…
Il vestirsi è l’esercizio stesso dell’interiorizzazione del mondo, non del camuffamento (per quanto anche il camuffamento ha a che fare con l’assumere qualcosa che ci è estraneo).
Ritengo che la preghiera non abbia a che fare con l’assumere qualcosa che ci è estraneo, ma semmai al contrario con il dare espressione a qualcosa che ci abita; per stare all’immagine: non rivestirsi con abiti diversi, ma dare espressione ad un modo di essere nuovo.
Il vestirsi con abiti diversi duramente una liturgia è rimasto per lo più in tutte le confessioni cristiane. Tutti i ministri di culto assumono una veste diversa.
Ma appunto, trattandosi di una veste diversa essa esprime spesso la separazione del culto dalla vita, sancisce lo spazio del sacrum, distinto dallo spazio profano. Nel contempo i ministri del culto segnano anche la loro (personale) separazione: all’interno della liturgia c’è una diversità di abbigliamento a seconda non della funzione che si svolge (io non posso «impersonare» un diacono non essendolo, per quanto vi confesso che mi sia capitato di farlo), ma dello status di vita (della «quantità di grazia» che si è ricevuta con il sacramento).
Se lo scopo delle vesti liturgiche è quello di esprimere separazione, esse non hanno molto senso per me. Non che non sia necessario esprimere la natura altra di ciò che si sta facendo, ma non nei termini della semplice separazione. Tanto più che il cristianesimo si fonda non sulla separazione del sacrum, ma sul mescolamento dell’incarnatum.
Mettere, per esempio, una veste bianca per pregare, potrebbe voler dire per me assumere la consapevolezza che quel momento si inserisce nel flusso aperto col mio battesimo. Che quella preghiera è innestata nel battesimo.
Magari la veste avrà anche delle strisce rosse (non so, devo pensarci), perché è partecipazione alla preghiera dei redenti dal sangue e dall’acqua dell’agnello…
In ogni caso il simbolo deve tenere insieme il creduto e il vissuto, ma non a posteriori; deve essere espressione dell’essere assunti all’interno di una realtà che io avverto come vissuta…
Leggo queste parole mentre il vento fa oscillare il leggero lampadario di carta di riso e fuori dalla finestra vedo muoversi le foglie del balcone di fronte. Sono molte le cose che fanno eco in questa riflessione che sente la preghiera come costantemente aperta, un tempo insieme diverso ma immerso nella vita. Sono molte le cose che fanno eco con la mia disordinata ricerca. Ma un pensiero mi ha attraversato in particolare in questo momento di lettura: per potersi vestire di un abito diverso dobbiamo prima spogliarci e non è un gesto da poco. Entrare togliendosi innanzitutto qualcosa, anche solo i sandali per restare a piedi nudi. Forse é proprio anche questo il gesto che vorrei saper fare, togliermi fisicamente i panni della giornata guardando con tenerezza quello che hanno raccolto, dare un momento al mio corpo di respiro ed indossare una veste diversa per un momento di dialogo che sia il più libero possibile.
Grazie delle parole condivise
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