La scorsa settimana ho partecipato alla messa senza fretta, un “format” inaugurato dai gesuiti francesi, che viene proposto qui a Milano dalla comunità dei gesuiti di San Fedele una volta al mese.

Dopo i riti iniziali e la proclamazione delle letture, c’è una prima lettura del Vangelo e chi presiede offre alcuni punti di riflessione. Segue la proclamazione vera e propria del Vangelo dall’ambone, che in San Fedele è rivolto verso l’altare. Quindi silenzio: l’assemblea può liberamente cercare un posto al di fuori dei banchi, in qualsiasi luogo della Chiesa, per sostare in silenzio di fronte alla Parola e intessere un dialogo personale con la Scrittura. Alcune persone hanno scelto di usare i cuscini e sedersi per terra su grandi tappeti sistemati nel presbiterio, altri si sono sistemati sui gradini delle cappelle laterali, altri sono rimasti seduti nei banchi. A seguire, a piccoli gruppi di tre, si condivide un pensiero, uno spunto, una breve riflessione. La messa prosegue come di consueto (secondo il rito ambrosiano): la preghiera dei fedeli, affidata alle intenzioni spontanee, lo scambio della pace, la liturgia eucaristica; al prefazio il celebrante invita l’assemblea ad alzarsi e disporsi in piedi attorno all’altare.

Non sull’esperienza in sé che voglio riferirmi, consiglio di viverla!! Ne vale la pena. È un’esperienza diversa, che per certi versi ci riporta alle esperienze primigenie della liturgia cristiana. È molto bello vedere una assemblea in movimento, che prende la parola, che si sposta, silenziosa, nella penombra. L’aula sembra più viva, l’assemblea meno passiva, sicuramente meno soggetta, come troppo spesso accade, all’arbitrio del celebrante o di chi guida (con numeri, annunci, gesti inconsulti, parole a sproposito) un’assemblea immobile, più simile ad un’aula scolastica (di una scuola molto vecchia) che ad una assemblea di battezzati, di redenti.

Qui vorrei piuttosto soffermare la mia attenzione su un particolare che non può non saltare agli occhi: la differenza radicale tra la liturgia della parola e la liturgia eucaristica. La prima parte condivisa tra celebrante e assemblea come tra pari, tra adulti nella fede, tutti egualmente presbyteroi (anziani appunto, maturi) in virtù del battesimo. La seconda parte (dall’offertorio in poi, per intenderci) rigidamente chiusa entro le norme della liturgia, legata ai criteri della validità sacramentale. L’assemblea torna ad essere spettatrice e a intervenire secondo copione con i suoi stitici amen e qualche altro intervento antifonario. Ci sono delle eccezioni, nel caso specifico la recita corale della preghiera del padre nostro, che termina all’amen e non si identifica con il solo testo biblico. Alcune chiese africane usano intonare coralmente anche la dossologia (il “Per Cristo, con Cristo, in Cristo), ma la sostanza del rito resta appannaggio del sacerdote, l’intera preghiera eucaristica, con l’epiclesi e l’anamnesi (la cosiddetta memoria dell’ultima cena). Il Cristo presente nei “due o più riuniti nel suo nome” si restringe alla persona del sacerdote, unico a poter agire “in persona Christi capite”. Segno, ahimè, di una visione ancora clericale e magico-miracolistica dell’Eucaristia. E già!

Mi chiedo: perché mai la parola di Dio dovrebbe essere meno importante del rito eucaristico se non perché si attribuisce a questo rito una funzione magico-miracolosa?!?! Che può accadere mai di male se un’assembla di battezzati recita insieme la preghiera eucaristica?!?! E perché mai dovrebbe essere meno “pericoloso” affidare la Parola di Dio ai fedeli, piuttosto che la ripetizione di un rito ben normato e codificato, se non perché si attribuisce a questo rito qualcosa di magico, che se esteso priverebbe il clero della propria funzione?!?!

Ciò che intendo dire è che la Parola di Dio è molto più manipolabile, fraintendibile, oltraggiabile di un rito. Nel corso dei millenni non è certo stata l’Eucaristia (intesa come pane e vino consacrato) ad essere usata come arma, ma proprio la Scrittura. Piegata alla dottrina, alla politica, chiusa nella imperscrutabilità delle lingue antiche, blindata (fino a qualche decennio fa) nelle traduzioni ufficiali, affidata (ahimè) alla libera interpretazione dei preti, ha fatto molti, molti danni e causato grande sofferenza.

Pensate a certe omelie…una tortura inaudita per noi malcapitati ascoltatori senza diritto di replica. Un sacrilegio, che per fortuna, ancora troppo poco, può essere arginato (ahimè non sostituito) in alcuni casi. Ma il rito eucaristico no! Sia che il prete lo pronunci alla velocità della luce per recuperare tempo, sia che tagli o modifichi, sia che per evidenti motivi psichiatrici proponga tutte le sante domeniche il Canone Romano, non sono ammessi “correttivi”, eppure resto dell’idea che sia meno grave compiere insieme un rito, che manipolare la Parola a proprio piacimento. Ma c’è questa strana idea che la Parola di Dio sia, in fondo, una presenza di serie B, una presenza di Dio più flaccida, sebbene, tocca dirlo, la Parola di Dio esiste da ben più tempo del rito eucaristico (che per altro senza la parola di Dio non avverrebbe) e abbia segnato la storia della salvezza, trasformando le vite degli uomini e delle donne da più tempo dell’Eucaristia.

Penso che sia arrivato il momento di superare il clericalismo liturgico. Chiedere ai preti rispetto per la Parola nelle loro omelie e ricoprire nella celebrazione la propria dignità di battezzati, anche nel rito eucaristico.

Concludo con una battuta (che è anche un grazie): il prof Jossua, teologo domenicano che ho avuto la grazia di ascoltare e conoscere, con la sua sottile ironia, diceva che, nonostante le loro colpe storiche, i gesuiti restano ancora oggi di gran lunga una delle forze migliori nella Chiesa!

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