Mia mamma aveva un sogno: visitare l’Australia. Quando ne accennava, papà, conoscendo il suo rapporto poco felice con la geografia, le chiedeva: ma sai dov’è? Lei (chi l’ha conosciuta sa immaginare la sua espressione) un po’ nicchiava, poi diceva “Ma si, dalle quella parti lì, in basso, sotto la Cina”.

L’Australia era il suo sogno, sogno di un mondo completamente altro; e ogni sogno che si rispetti deve avere un alone di fantasia e la libertà dell’indefinito.

Non è mai riuscita ad andare!

Non le ho mai chiesto se negli ultimi mesi della sua vita pensasse all’Australia, conoscendola penso fosse troppo preoccupata di come stavamo io e Lele, delle preoccupazioni che dava a papà, di sua mamma rimasta a Modica, che non ha potuto salutare; di zio Ignazio che ha fatto il possibile per curarla e supportarla; di zia Franca, Ottavia e Alberto, che sono stati la sua casa e la sua famiglia negli ultimi mesi della sua vita.

Ogni morte è dolorosa, nessuna morte è come te l’aspetti, perché è essa stessa l’incognita vera della vita: l’esperienza più umana che si possa fare, ma nessun umano sa cos’è. Ma la morte di mia mamma non è stata solo dolorosa in sé, ma anche per il modo in cui è accaduta. Lontani per alcuni mesi, noi a Modica con la nonna Lisa, mia mamma a Busca, in Piemonte, con mio papà. Non capivamo bene cosa stesse accadendo. Con il passare delle settimane le telefonate erano sempre più brevi, finché non siamo più riusciti a sentirci. Ho conservato a lungo un suo sms, di cui ricordo ancora vagamente il testo, ma non l’ho più; era nella memoria di un telefono che mi rubarono in università.

Quando, poco dopo il mio compleanno, papà mi chiamò dicendomi che mamma voleva vederci e ci aveva preso i biglietti per partire, scoppiai in un pianto a dirotto. Ricordo che in casa c’erano i miei zii e un nostro amico; pensarono che mamma fosse morta. Ma io sono così, sarà una forma di difesa, spesso rielaboro le situazioni in anticipo, quasi senza accorgermene: mamma non era più in grado di tornare, non sarebbe più tornata. Così quando qualche tempo dopo mio papà mi telefonò per dirmi che a mamma restavano al massimo 48 ore di vita, io ero già pronto. C’era un patto tra me e mio papà: niente giri di parole, qualsiasi cosa fosse accaduta me l’avrebbe detta, per primo. A quel punto la mia preoccupazione era Lele, la nonna, i cugini di mamma, il viaggio. Ero diventato adulto, forse meglio dire un “mezzo adulto”, con le responsabilità di un adulto e la libertà di autodeterminarsi di un ragazzo. Un cortocircuito che forse altri orfani hanno provato e di cui non è semplice avvedersi e liberarsi.

Mamma è morta il 6 Febbraio del 2004, mentre eravamo in viaggio da Torino a Busca.

Tra poco saranno 20 anni che non c’è più e per una (strana?) “coincidenza” della vita, ogni decennio della mia vita sarà scandito da un decennio della sua mancanza.

Chissà se parlarle dell’Australia, cullarla con ricordi belli, raccontarle di me, l’avrebbe fatta stare meglio. A volte la sofferenza atterrisce, a volte si è talmente colpiti e travolti dalla sofferenza altrui, che non si riesce a superare il senso di smarrimento che procura.

Mi manca mia mamma, radicalmente e in maniera struggente! È vero l’ho ritrovata nei gesti e nelle parole di persone che me la ricordano; è vero, me la sento dentro e chissà se ciò che sento è davvero suo; è vero la sua energia vitale non si è esaurita nella sua morte, mi sostiene e mi alimenta.

Raramente mi rivolgo a lei (lo so è un mio limite “illuministico”), a volte la sogno: che ritorna, che sta bene, che siamo sereni (se sono sereno), che litighiamo (se sono inquieto per qualcosa). Nella realtà litigavamo poco.

So dell’Australia, non so di altre cose, se ci fossero altri desideri o sogni da realizzare, se ci fossero aspirazioni. So che da bambina desiderava avere un cavallo e quando era adolescente un motorino, ma i miei nonni erano contrari. So che desiderava un camper e viaggiare. Ma l’Australia restava il sogno.

Un altro suo sogno era di scrivere un libro sugli anni che trascorse nel reparto “dementi tranquilli” dell’ospedale di Scicli, il suo primo incarico come psichiatra. Aveva cominciato a scriverlo negli ultimi mesi della sua vita, prima del tracollo. Era in casa da me a Milano e aveva cominciato a raccogliere i suoi ricordi. A volte ho pensato di cercarli, che mi piacerebbe trasformarli in un racconto, ma non so dove siano finiti.

Credo che ci sia una “Australia” nella vita di tutti, sicuramente nella mia. Una meta a cui guardare, un sogno “fanciullesco” da realizzare, un posto da visitare, un desiderio, un desiderio grande.

Credo ci voglia nella vita! Non un luogo di fuga, non un desiderio, ma un sogno, qualcosa che non ha motivo alcuno se non la felicità e la serenità che ti suscita il suo pensiero. Non una cosa motivata dalle tue responsabilità, non un progetto coerente con ciò che sei e hai realizzato nella tua vita, non un compimento, né un guadagno meritato. Qualcosa di tuo, di grande, di “assoluto” perché non legato ad altro.

Quasi non importa se si realizza, ma sarebbe molto più bello se fosse così.

Periodicamente nella mia vita mi chiedo “Qual è la mia Australia?”, qual è il mio sogno grande, il mio desiderio profondo?

Ho imparato tante cose da mia mamma, molte non ne ho avuto il tempo, altre me le porto dentro o forse è solo il riflesso del mio ricordo…ma questa non l’avevo considerata abbastanza!!

E voi? Qual è la vostra Australia?

Un pensiero riguardo “Sognando l’Australia

  1. Inizio da due luoghi periferici rispetto alla domanda con cui si conclude questo testo, da una parola che ha a che fare proprio con il suo finale.
    Dalla parola “appello”. Non so quale trasformazione abbia subito tale per cui oggi non possiamo far altro che legarla ad ambienti come scuole, caserme, peggio ancora campi di concentramento, in cui i nomi sono gridati e il dovere unico della persona è esserci sempre e comunque, cosciente che altrimenti ci sarà una posizione, più o meno dura. Completamente diversa, almeno nei toni,
    a sua etimologia: viene da un preposizione a o ad che significa verso, unita non si sa bene se al verbo pellare o pellere. Quindi andiamo, o a rivolger la parola, chiamare qualcuno (e i vocabolari etimologici aggiungono: per chiedere aiuto, intervento assostenza, soccorso) o a spingere qualcuno, a metterlo in moto. Questo testo, così come altre di queste pagine hanno su di me spessissimo questo effetto di creare movimento interiore, di commuovermi, di farmi pensare ed indurmi a rispondere.
    L’altro punto periferico di partenza riguarda proprio il sentimento della commozione che mi hanno suscitato queste parole, la verità umana e profonda che ogni volta caratterizza la capacità che Francesco Emmolo ha di prendere eventi della vita non come metafore astratte su cui intellettualmente ricamare riflessioni, ma come esperienza in cui c’è qualcosa che viene raccolto dal fluire indistinto della vita per essere ascoltato.
    Qual è la mia Australia? Bella domanda!
    La mia Australia credo che abbia a che fare con un sogno di tessitura che può assumere varie forme ma molto concrete. Non mi è facile raccontarlo allora dico la cosa che forse caratterizza un aspetto di questo sogno legato alla crudezza della capacità di parlare in modo così diretto e umano della morte.
    Un adagio stucchevole e non credo in fondo vero (se non in quella verità talmente inappellabile che non vale la pena neanche di essere etichettata come tale) ci avverte che “si muore soli” ecco è proprio questo che invece il mio sogno contiene: la possibilità che nessuno muoia solo, di creare un luogo, una rete di relazioni proprio in senso opposto. Ma per non morire soli bisogna non vivere soli, bisogna spalancare il tempo, le case, l’economia di ciascuno in un tessuto di relazioni fitto e vivo. Una rete che risponda agli appelli.
    Monica

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