Chi mi conosce, ma soprattutto chi ha avuto la sventura di ascoltarmi nelle ultime settimane, sa già che la pubblicazione del Responsum “Fiducia supplicans” mi ha lasciato davvero di stucco!
Non starò qui ad analizzare le tiepidezze e le ambiguità di questo testo, che, pur apprezzabile nelle intenzioni, risulta, a mio avviso, quanto mai problematico.
Credo che su alcuni temi non sia più possibile accontentarsi dei “piccoli passi”. Il mondo in cui viviamo viaggia, forse sarebbe il caso di dire “rotola”, molto velocemente, non senza contraddizioni. Non è più tempo di tiepidezza e compromessi, la posta in gioco è troppo alta!!
Chissà se proprio la precarietà di un mondo diviso e sull’orlo della guerra nucleare a spingere Giovanni XXIII (che, ve lo confesso, resta il mio papa preferito!) a indire il Concilio Vaticano II.
Fatto sta che anche a noi serve un Concilio! Serve un atto di coraggio, un luogo aperto di ripensamento del Cattolicesimo.
Si dirà, ed è stato detto: non tutto è materia di Concilio. Sono d’accordo. Allora per prima cosa chiariamo qual è la materia e la posta in gioco.
Qui la posta in gioco non è l’accoglienza delle persone omosessuali, né la benedizione delle persone omosessuali (di benedire la loro unione non se ne parla nemmeno); qui la posta in gioco è la necessità di un cambiamento di paradigma “antropologico”.
La posta in gioco è la ricezione da parte del Cattolicesimo di ciò che la scienza, la cultura, la filosofia, la letteratura e, ultimo ma non ultimo, la concreta esperienza delle persone, cioè la vita, ci ha insegnato sulla identità di genere e l’orientamento sessuale! E, a tal proposito, dovremmo innanzi tutto chiedere chiarezza sui termini e finirla di gettare tutto in un unico calderone.
La posta in gioco è la ricezione da parte del Cattolicesimo di ciò che ormai in maniera acclarata sappiamo della “omosessualità”. La metto tra virgolette perché mi sembra ormai difficile poter usare un’unica parola per dire un continente di esperienze; il fatto che in ambito cattolico si parli ancora genericamente di “omosessualità” la dice lunga.
Per non parlare di chi ancora adesso sovrappone omosessualità e sodomia, pensando che la questione possa essere totalmente riassorbita dalla morale sessuale.
Tanto l’identità di genere, quanto l’orientamento sessuale non sono tematiche che riguardano la morale (sessuale). Esse riguardano semmai quella disciplina che tecnicamente si chiama “antropologia teologica”. Se innanzi tutto non facciamo questa torsione teoretica non siamo centrati sull’argomento!
Intendo con questo dire che va cambiato il paradigma antropologico che la teologia ritiene di aver desunto dalla Rivelazione. “Uomo” e “Donna” non definiscono un dato biologico, l’identità di genere è un fenomeno complesso che non può essere in alcun modo inteso come un dato di fatto (“naturale”). Così come va affermato senza alcuna ambiguità che non esiste un orientamento sessuale “naturale” e un orientamento sessuale “deviato”! Perché l’orientamento sessuale è altra cosa dai gusti sessuali.
Bisogna, per stare nei termini classici, cominciare a familiarizzare col fatto che ci siamo sbagliati su come abbiamo inteso fino ad ora la creazione degli esseri umani! E vi dirò che non vedo il problema; è già accaduto altre volte…
Ma mi piace di più esprimermi così: la spiegazione che la dottrina dà dell’essere umano non è all’altezza dell’opera creatrice di Dio. Stiamo scoprendo che Dio ha creato degli esseri viventi dotati di infinite sfumature, molto più ricchi di quanto pensiamo; e non stupisce perché li ha creati a sua immagine e somiglianza. Gli esseri umani non hanno ancora manifestato a pieno le loro qualità, le loro capacità, hanno delle potenzialità ancora non completamente espresse! Ma sapete altrimenti che noia, per noi e per il buon Dio, vivere in un mondo in cui è già stato detto tutto?
Ovviamente il discorso è complesso, non credo di poterlo svolgere esaustivamente in queste poche righe; i termini non li sento adeguati; mi servo di immagini che possano toccare un immaginario comune per farmi capire, ma ancora non le sento sufficienti. Sono davvero convinto che siamo di fronte alla necessità di un cambiamento radicale di paradigma. I miei sono pensieri in fieri, concetti aperti e sarebbe bello se arrivassero riscontri, riflessioni, critiche, approfondimenti. Forse sarebbe bello arrivare ad un “manifesto comune”, formulare un appello che delinei una linea comune su cui procedere.
Ultimamente la Chiesa cattolica mostra “accoglienza” (e tralascio il fastidio della cosa) nei confronti delle persone omosessuali: singole persone che si ritrovano “loro malgrado” a vivere questa situazione. D’altra parte però, l’omosessualità dei membri del clero e in generale dentro l’istituzione sembra inspiegabilmente esclusa da questo discorso. Considerata una condizione che costituisce un impedimento al ministero ordinato, è, come sappiamo, massicciamente presente nel clero e tra i consacrati e le consacrate. In alcuni casi vissuta con responsabilità, non senza tormento, molto più spesso relegata alla semplice pratica sessuale, quando non assume la forma di amori frivoli o passioni morbose.
L’insistenza sulla “accoglienza”, quasi si trattasse di persone che sono “affette” loro malgrado da una patologia incurabile, ma soprattutto l’insistere sul vissuto del singolo, unitamente alla tolleranza riservata ai costumi sessuali di alcuni membri del clero, sembrerebbe la prova del fatto che il problema per l’istituzione è proprio l’amore tra persone dello stesso sesso, la loro capacità di essere generativi e generative, anche senza procreazione, la loro capacità di costituire un nucleo d’amore! E, a ben guardare, Fiducia Supplicans non riesce a fare alcun passo oltre questo pregiudizio. Non si ha il coraggio di affermare che l’amore tra persone dello stesso sesso è amore!
Le singole persone omosessuali vengono accolte, benedette, anche insieme, ma non la loro unione; si tratta di peccatori. Ma il loro peccato è amarsi o andare a letto insieme? Se non vanno a letto insieme possono essere benedette? No di certo! Allora sono peccatori in quanto innamorati, non in quanto vanno a letto con una persona dello stesso sesso?! Ma una persona è tale solo all’interno delle relazioni che vive, se l’omosessualità viene intesa solo come una “tendenza”, e tale deve rimanere, che tipo di accoglienza stanno offrendo?
E i divorziati? Grandi assenti di questo dibattito totalmente polarizzato sulla omosessualità che fa tanta paura alla Chiesa?!?! Loro neanche possono essere benedetti in quanto tali!! Sono irregolari anche loro! Perché? Perché il loro amore è diretto alla persona sbagliata?!
A me gira la testa! E sono davvero stanco delle mille precisazioni e interpretazioni!! E basta anche con la teologia di corte, che cerca di giustificare ogni piccola flatulenza del magistero cercando di convincerci che in essa si nasconda una ragione più profonda!
Ce lo ricordiamo vagamente il Vangelo?!? Vi ricordate l’atteggiamento di Gesù quando viene coinvolto nelle dispute sui precetti?! E noi a distanza di duemila anni vogliamo davvero commentare le virgole e gli incisi di un Responsum, anziché recuperare lo spirito del Vangelo?!?
La realtà a volte ha una forza che grazie a Dio, è il caso di dirlo, vince le rigidità umane!!
Pensate alla Rivoluzione copernicana: a voglia a “fare entrare l’asino di culo” (si direbbe dalle mie parti), le cose non tornavano e basta. Il che non vuol dire che abbiamo finito di cercare, ma indubbiamente è stato impossibile resistere al cambiamento di paradigma. Anche allora la Chiesa ha assunto posizioni di netto rifiuto; e aveva torto. Ma nessuno oggi nella Chiesa si sognerebbe mai di negare il sistema copernicano o che l’universo (povero Giordano Bruno!) è infinito!
Oggi abbiamo molti più strumenti di allora: l’esegesi come strumento formidabile di comprensione critica dei testi, l’antropologia, la biologia che lavora sulla soglia dell’umano, la filosofia che, attraverso l’ermeneutica, la fenomenologia, la semiotica (per dirne alcune) ci ha aperto la strada di una differente comprensione della realtà e della conoscenza. Questi strumenti formidabili ci invitano ad un ripensamento radicale delle nostre convinzioni dottrinali. Non bastano gli aggiustamenti, ci vuole una rivoluzione copernicana antropo-teologica.
E qui dobbiamo inevitabilmente toccare un ultimo punto: “La divina rivelazione”, sbandierata dai conservatori e da coloro che sono intellettualmente disonesti come un’arma. Come se la rivelazione fosse un contenuto oggettivo che sta bello fermo in qualche arca dell’alleanza posta chissà dove.
Ragazzi (uso il maschile perché i preti conservatori sono tutti maschi): l’arca dell’alleanza è vuota!!
La rivelazione è una storia, una narrazione!! Vive nelle vite, nelle parole e nelle azioni degli uomini, per questo è infinita, la sua comprensione è un compito infinito!!
Perché l’incontro con Dio è sempre un incontro incarnato in un tempo, in una cultura, in una storia, perché è sempre incarnato in una vita!! E ogni vita ha le sue inevitabili coordinate spazio-temporali (culturali, geografiche, politiche, linguistiche) senza le quali non avrebbe alcuna individualità, singolarità, personalità! Perché Dio ci è sempre stato narrato dalle parole di uomini e (per fortuna) di donne, con la loro lingua, la loro cultura, le immagini tratte dal loro mondo, con la loro gamma di sentimenti, senza contare il contesto politico, i rapporti di potere, le strutture sociali etc. Una comprensione, una trasmissione inevitabilmente incarnata. E la Scrittura non è che una traccia (per altro trascritta, tradotta, riformulata, risistemata, smarrita e ritrovata) di questa interminabile storia.
Pensate alla schiera sterminata di personaggi biblici, alle loro storie. E poi ci sono quelli che hanno raccontato e quelli che hanno trascritto e quelli che hanno copiato e quelli che hanno redatto e quelli che hanno tradotto (uso il maschile sempre per la solita ovvia fisionomia patriarcale della vicenda) e vuoi che in questo “telefono senza filo” durato migliaia di anni qualcosa non sia andata perduta?
La Scrittura è infinitamente più grande della sua lettera e non può essere ridotta ad un contenuto fisso.
Ma non si tratta di recuperare il dato perduto, quanto di familiarizzare con l’idea che ogni epoca deve sempre di nuovo ricominciare a comprendere la rivelazione alla luce della realtà e alla luce del cammino percorso, come in un infinito midrash, per evitare di cadere nella idolatria di se stessa, per evitare di adorare un Dio che è stato fatto da mani d’uomo a sua immagine e somiglianza.
Sì, l’antropomorfismo e l’idolatria sono ancora i due pericoli più grandi dell’uomo credente: attribuiamo alla rivelazione idee che sono maturate nel tempo “profano” e immaginiamo Dio con attributi che rispecchiano i nostri sentimenti, finendo per credere alla nostra immagine.
Non dimentichiamoci (e mi chiedo come abbiamo potuto?!?!) che proprio Gesù era considerato blasfemo!! E per certi versi avevano ragione: la sua esperienza di Dio contraddiceva alcune immagini del tempo. E hanno pensato di Gesù quello che molti pensano anche oggi di chi è portatore di una visione differente: ma chi è questo qui, con che autorità, con che titolo, a nome di quale istituzione si permette di dare un insegnamento che contradice quello di chi sa le cose, quello “contenuto nelle Scritture”?
Se è vero quanto ho scritto nel mio Etica della libertà a proposito dell’episodio dell’adultera (del quale, per altro, in queste settimane ho visto fare scempio anche da parte di gente insospettabile che lo ha citato per proprio tornaconto) e cioè che in questione lì è Gesù e non la donna, Gesù e la sua interpretazione adultera della legge, allora ricordiamoci il suo gesto: la legge scritta nell’uomo, è legge scritta nella sabbia, essa vale il tempo che vale, poi va cancellata e riscritta, come un infinito mandala. Perché non c’è rappresentazione del mondo che possa farci dire soddisfatti, perché la verità per il cristiano non è un dato oggettivo depositato da qualche parte, ma una persona, una persona viva e dunque (come ogni persona, come ogni vita) sempre infinitamente sovrabbondante rispetto alle nostre parole balbettate. Pensare di aver compreso definitivamente Dio, la sua Parola, la sua volontà significa averne fatto un feticcio e, in ultima analisi, un cadavere. Invece il nostro è un Dio della vita e il suo Figlio è risorto. A volte ci dimentichiamo, forse, della infinita potenza che abita le formule che pure ripetiamo continuamente.
In questione qui c’è ben altro: chi è Dio per noi? Chi siamo noi, ancora sconosciuti a noi stessi?