Il primo dei cinque grandi discorsi in cui l’evangelista Matteo condensa l’insegnamento di Gesù, il Discorso della montagna (Mt 5,1-7,28), si apre con il testo molto bello e molto enigmatico delle Beatitudini. Sebbene Matteo, per i suoi scopi, rappresenti Gesù nell’atto di insegnare (didasko è il verbo greco impiegato per indicare l’azione di Gesù), è molto più probabile che questo inno sia stato proclamato, che suonasse come un annuncio, una esortazione, come fa il Gesù del Vangelo secondo Matteo di Pasolini.
Si tratta di un testo complesso che apre una sezione molto densa dedicata, diceva Martini, al “fare del Regno”, all’etica del regno di Dio. Singolare!
La prima indicazione pratica che Gesù ci consegna nel Vangelo di Matteo è di essere felici, beati. Il fare del regno, l’etica cristiana, ha a che fare con la felicità.
Il Vangelo ci esorta: coltiva una vita beata, vivi ciò che fai con pienezza, perché chi ti incontra possa, attraverso di te, respirare la vita a pieni polmoni e riscoprirsi anch’esso vivo.
Le Beatitudini non promettono una felicità futura; l’uomo delle beatitudini non agisce in vista di un premio. La beatitudine è posta all’inizio di ogni frase, proprio ad indicare che chi agisce in tal modo è già felice, trova in esso la sua felicità. La promessa che segue non è la ricompensa ma il frutto che deriva da ciascun atteggiamento. Diceva ancora Martini: “Dobbiamo chiederci se la felicità è la dominante della nostra vita, perché essa è propria di chi sente il regno operante” (Cfr. Il cardinale Martini e la figura globale del cristiano, p 41ss.). E qui si aprirebbe un altro capitolo: come sentite il regno operante?
Beato, felice, è colui che sente che il suo agire, vivere, sperare è inserito in un flusso vitale, in una corrente dinamica, in un lavoro di edificazione di una realtà che porta in sé il segno della libertà, scioltezza, mitezza, forza, bellezza, felicità giustizia evangelica.
Essere beati non è un premio, ma un modo di essere, un modo di plasmare la realtà e le relazioni, che si apprende nel fare, nel vivere, nelle relazioni.
Ma, osservava Martini, le indicazioni delle beatitudini sono talmente ampie che bisogna ricomprenderle alla luce della nostra vita, per non cadere nel letteralismo o, all’opposto, cedere alla tentazione di intenderle come un ideale impraticabile. Ognuno, diceva, “è invitato a formulare le beatitudini più vicine alla propria condizione, paragonando sinceramente con desiderio critico la propria formulazione con quelle dei Vangeli, per verificarla ed eventualmente correggerla alla luce delle parole di Gesù” (Cfr. Marini, Il discorso della montagna, p 52-53).
Allora dobbiamo cimentarci:
Beati coloro che si sentono bisognosi di respiro!
Coloro che non si saziano di se stessi, ma cercano senza sosta la vita in ciò che fanno e vedono l’altro come una inesauribile ricchezza. Beati coloro che sanno dare respiro, che sanno mostrare la ricchezza della vita! Di essi è il regno di Dio, essi vivono il tempo come pienezza, sperimentano una realtà abitata dalla Vita.
Beati coloro che sono toccati dalla sofferenza!
Coloro che sanno guardare e comprendere il dolore degli altri, che si sentono interpellati dal dolore e dalla sofferenza altrui. Ma beati anche coloro che attraversano il mare oscuro del dolore, della solitudine, della sofferenza. Troveranno riposo al loro conforto, a loro daremo riposo con la nostra voce, con le nostre braccia, coi nostri occhi.
Beati i miti!
Beati coloro che non cercano lo scontro, che non usano la forza, che non arraffano e non violentano le vite altrui. Erediteranno la terra, avranno casa in questa terra, perché solo con la mitezza si può abitare, insieme, la terra di Dio!
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia!
Coloro che non si accontentano di vivere tranquilli, ma si adoperano perché trionfi la giustizia, saranno saziati! Chi ricerca la giustizia, non tornerà a mani vuote.
Beati i misericordiosi!
Chi sa guardare l’altro con tenerezza, senza farlo sentire in colpa, senza scandalizzarsi delle sue debolezze. Chi sa avere uno sguardo pieno di comprensione, chi sa restituire all’altro una immagine di sé sempre aperta e mai chiusa. Chi si nutre di misericordia trova misericordia.
Beati coloro che hanno un cuore aperto, limpido accogliete!
Beato chi non ha doppiezza, chi si pone con onestà. Chi è puro di cuore vede Dio in ogni cosa, ne sa cogliere la inesauribile presenza, perché il suo sguardo è limpido e il suo cuore aperto.
Beati coloro che si adoperano per la pace, ad ogni livello!
Chi sa tessere legami aperti, chi sa valorizzare le risorse, chi sa creare l’armonia. Chi rifugge la violenza e il conflitto e sa aprirsi al dialogo. Sono figli e figlie generati da Dio!
Beati i perseguitati dal potere!
Chi è perseguitato, incarcerato, emarginato, dileggiato, escluso perché lotta per una causa giusta, perché difende gli esclusi, gli emarginati, i deboli, perché ciò che dice e fa è scomodo! Sta lottando per il regno di Dio, ne possiedono le chiavi. Non i pusillanimi e gli ignavi, ma chi ci mette la faccia, chi ha una buona causa per cui lottare e vivere e per questo viene emarginato, perseguitato, incarcerato, picchiato.
Beati noi se rimaniamo fedeli a noi stessi, se rimaniamo fedeli ai nostri amici,
se non rinunciamo a ciò in cui crediamo e non smettiamo di lottare e di cercare il regno di Dio anche se veniamo ingiuriati, se ci sentiamo colpiti nell’orgoglio o subiamo ingiustizie, non è l’immagine di noi che dobbiamo difendere, ma il regno di Dio.