“Fai vientu” (lett: Fai vento), così mi dicevano i miei zii Saverio e Nennella, mentre correvo attorno al tavolo di marmo della loro cucina. E io ridevo. “Chi era aggraziata da risata” (Com’era aggraziata quella risata) mi dicono ancora adesso. Mi sembra di sentirla ancora, ma credo sia una suggestione, la risata di me bambino.

Quando ero piccolo, difficile a crederci, avevo dei gran boccoli biondi. Ero un bel bambino, poi chissà che mi è successo crescendo…

Ho un ricordo di me spensierato, sereno, temerario. A volte ripenso a come mi arrampicavo sugli alberi di ulivo in campagna; come ero agile! “Sauta comu a gn’iriddu” (salta come un grillo), dicevano.

Adesso sono disteso sul letto, qui a Milano in via Pergolesi. Sto scrivendo queste note al cellulare, al buio. Dalla finestra aperta sul terrazzo filtra un po’ di luce e arrivano frammenti confusi del telefilm che Michele sta vedendo al PC seduto sul divano, fuori.[1]

A volte mi sembra di aver perduto l’agilità di un tempo, mi sembra di essere quasi schiacciato da alcune cose che vivo. Tento di venirne fuori, ma non riuscendoci cerco di strappare alla vita ogni piccolo momento di felicità, di piacere, di gioia che riesco ad avere. A volte mi sembra che mi basti davvero poco per sentire di essere sollevato, altre volte anche le cose più belle mi sembra che non siano in grado di riassorbire o far svanire questa pesantezza che mi impedisce di correre e di saltare.

Credo che la felicità non sia un sentimento (non credo molto nei “sentimenti”), credo che la felicità sia una qualità che imprimiamo alle cose, una qualità delle nostre azioni. Felicità viene da felix, fertile. Forse la felicità è la capacità di vivere situazioni che hanno la qualità della fertilità, che sono feconde, che rendono possibili altre e sempre nuove infiorescenze.

Quando penso alla fertilità istintivamente non penso al corpo umano, ma alla natura. Al terreno arato e irrigato. Non so voi, per me la fertilità ha l’immagine della terra arata, scura come i fondi del caffè, umida, granulosa, pronta a ricevere il seme e a nutrirlo perché insieme diventino altro. La terra che fa spazio alla pianta e, attraverso i suoi nutrienti, orienta la ramificazione delle radici, in questa strana comunicazione “sotterranea”.

Forse è per questo che mi ha sempre molto colpito il passo evangelico in cui Gesù racconta la parabola dei terreni. Ci lavoravo molto anche coi miei alunni: che terreno sei? Chiedevo.

“Vorrei essere felice!”, mi capita di ripetermi a volte. E chissà poi perché non riesco ad imprimere questa fertilità alle cose che faccio, o forse sarebbe più giusto dire: perché non sempre riesco ad avvertirla? Ma, come mi ha detto una volta un amico: non fare l’errore di sovrapporre ciò che sei a ciò che provi (adesso). Il terreno non può sapere se è abbastanza fertile finché non spunta il germoglio. Così mi capita che veda accadere negli altri delle cose e capisca che forse qualcosa di buono c’era nel mio terreno.

Senza dubbio per me è più semplice lasciare che gli altri prendano, che prendere; nutrire, più che lasciarmi nutrire. Almeno: mi lascio nutrire, ma senza chiedere, rubando ciò che avanza dagli altri o solo se gli altri hanno voglia di darmelo (e non c’è nulla di virtuoso in questo).

Sono sempre stato un terreno poroso. Io non so molto, non ho letto molto (non quanto avrei voluto), ho studiato, ma meno di altri. Non sono colto, né tantomeno erudito, ma ho sempre assorbito tanto. Ascolto, assorbo, trattengo. A tal punto che a volte non so più da dove vengano certi pensieri, quale sia la loro origine.

Mi è più facile nutrire, così come mi è più facile curare, così come mi è più facile soffrire che essere felice. La difficoltà so affrontarla, la felicità a volte no. E mi stupisco quando vengo raggiunto da gesti d’amore, di stima, di bene. Mi commuove quando qualcuno ha un gesto di cura nei miei confronti. E non so gestire i complimenti, la gratitudine, mi sembra che siano delle cose troppo grandi per me. Ma mi fanno bene, mi fanno sentire accarezzato dalla vita.

Ci sono persone che amo dalle quali mi piacerebbe ricevere una parola di “gratitudine” (la metto tra virgolette perché al momento non ho altre parole per dirlo). Chissà poi perché! Perché vogliamo che le persone riconoscano quello che abbiamo fatto? Per orgoglio? Per autostima? Non lo so, non credo. O forse è perché sentiamo che le stiamo perdendo e allora vorremmo almeno che capissero che non è senza aver lottato che stiamo mollando il colpo…chi lo sa.

Chissà cosa prova il terreno quando qualcosa viene sradicato?

Ci sono relazioni che durano una vita, come gli alberi. Nella mia campagna, ci sono alberi che sono lì da sempre, la loro fusione col terreno risale alla loro nascita. Il terreno li nutre continuamente. Ma ci sono piante che vengono strappate, perché vengono trapiantate o perché non servono (almeno secondo noi).

Noi viviamo con fastidio le erbacce, ma spesso le erbacce hanno uno sviluppo incedibile, una tale sintonia con il terreno dovrebbe far pensare…A volte fa rabbia vedere quanto velocemente si sviluppano, mentre le nostre piante belle o produttive faticano. Sarà forse perché queste ultime sono “artificiali”? Non sono piante “naturali” ma frutto di innesti, modifiche e aggiustamenti. Sarà il fatto che sono nate “in cattività”? Forse è così anche per alcuni aspetti della nostra vita, forse dovremmo far convivere senza fastidio grano e zizzania (per tutta la vita). Forse dovremmo imparare dalle “erbacce” a succhiare tutto quanto un terreno può dare e forse dobbiamo imparare ad accogliere tutti i semi che cadono, anche quelli portati dagli uccelli, caduti dagli alberi e scoprire che forse simo più fertili con loro che con i semi che diligentemente sono stati piantati o abbiamo piantato dentro di noi. Forse dovremmo imparare che sono le piante che attecchiscono sul terreno che siamo che fanno il giardino e non il contrario. Ma soprattutto ricordarci che dobbiamo sempre di nuovo arare il terreno, avvertire il profumo della terra umida e accogliere un nuovo seme.


[1] Ho scritto la prima bozza di questo articolo a Luglio, quando ancora faceva caldo. Raramente i miei articoli sono scritti di getto, specie quelli in cui faccio maggiore riferimento al mio vissuto. Perché la vita ha bisogno di sedimentare per poter essere raccontata.

Un pensiero riguardo “Vivere felici

  1. Il giorno dom 10 dic 2023 alle 17:48 Monica Romano ha scritto:

    Fra il poco e il niente c’è un abisso.
    La consueta onestà umana che caratterizza le parole di queste pagine risuona sempre potente nelle vite.
    Talvolta pensiamo che le persone generose nei gesti, nel tempo, nella cura, nell’ascolto non abbiano bisogno di nulla, sappiano trovare in quei gesti in uscita forza e nutrimento, ed è vero. Ma è vero non per una forma di autarchia degli affetti ma perchè nelle relazioni credono al punto di non volerne dimostrazione, di non metterle alla prova, di sentirle come l’aria che respirano , e il prodigarsi le abbraccia perchè nella relazione ci sono anche loro. Non è la restituzione che attendono perchè non hanno dato qualcosa a qualcuno ma sono in qualcosa insieme a qualcuno.
    Ma non é vero che non abbiano bisogno di nulla, hanno magari bisogno di poco, ma di quel poco che dice con chiarezza che l’altro in questo scambio c’è, che si accorge dell’aria che respira, del tappeto su cui cammina, e sorride, ringrazia, chiede ‘come posso aiutare?’ .
    Non attendono gesti eclatanti, rari, fuori da quel discorso, compensatori e consolatori.
    Non attendono che l’altro faccia tanto, tantomeno altrettanto, perchè la differenza fra tanto e poco è piccola, ma fra poco e nulla abissale.

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