Tengo sulla mia scrivania una scultura africana che ritrae una donna dalle braccia e dalle gambe lunghissime, che porta sulle spalle, fasciato, un bambino: è la mia icona di Maria.

Credo che la possibilità di pensare altrimenti passi anche per i simboli. Lavorando sulle donne e il Vangelo e sulla imprescindibile femminilità del cristiano, ho sentito il bisogno di avere accanto simboli che mi aiutino a sentire ciò che studio.

Serve una diversa “etica del pensiero” (per dirla col mio maestro Carlo Sini) per poter imparare nuovi “abiti di comportamento”, che delineino una diversa esperienza del mondo e che aiutino a configurarlo in modo nuovo.

La mia Madonnina è altissima, magra, ha dei tratti sensuali, ha i capelli raccolti e il figlio sulle spalle. Porta un bastone sulla spalla destra, ritratta in una posa da lavoro. Il figlio è parte della sua quotidianità, ma non è tutto. Del figlio non si vede nulla, tranne il suo piccolo volto.

La mia Madonna è scura, di ebano (credo), non ha un volto sorridente, ma molto serio.

Questa statua evidentemente non ritrae una Madonna, ma una donna africana. Proprio per questo mi piace: io non vedo le persone come “l’icona di Dio”, viceversa immagino Dio a partire dalle vite che incontro. È una simbologia ribaltata, dal basso, come la mia idea di Incarnazione. E bisogna fidarsi e sprofondare radicalmente nell’incarnazione per giungere alla trasfigurazione, non viceversa.

Non credo che la Madonna si arrabbi, tanto più che non l’ha fatto quando veniva ritratta bianca, bionda, con gli occhi azzurri; intenta ad allattare, mentre scioglie nodi e catene; offre medaglie e rosari etc.

Sappiamo pochissimo di questa donna ebrea: una sposa bambina, rimasta incinta in modo in un modo a noi sconosciuto, che si salva dalla morte grazie all’amore del suo promesso sposo, che ne ha tenerezza. Credo che abbia faticato a comprendere le scelte del figlio, un figlio che forse non era mai stato veramente suo. I Vangeli la ritraggono accanto alla croce; come si potrebbe immaginare una madre che rinnega il figlio a tal punto da non stargli accanto nel momento più doloroso?! Eppure sappiamo che può accadere…

Luca ne fa una figura chiave, indugia sui suoi sentimenti, la ritrae come una discepola, parte di coloro che sono rimasti fedeli a Gesù anche dopo la sua morte.

Molto diverso il racconto dell’infanzia di Gesù in Matteo: Maria tace, non decide nulla, tutto è in mano a Giuseppe.

Ben presto Maria è divenuta un simbolo della comunità, dei credenti, della Chiesa; la tradizione ha coniugato nella sua figura la sua idea di femminilità e di Chiesa: donna, madre, sposa, ubbidiente, sottomessa. Ma soprattutto nel corso dei secoli Maria è divenuta il simbolo più eloquente della visione patriarcale della donna e, più in generale, della femminilità.

Al di là delle intenzioni degli evangelisti (e chissà), Maria è in fin dei conti ritratta come un ventre fecondato da Dio: prima accetta e poi comprende e medita. Anche se queste non sono le intenzioni del racconto, sembra quasi che Dio si rivolga a Maria perché ha bisogno di una donna per nascere. È vero, Maria chiede; è vero, si dice che avrebbe potuto dire di no (!), ma di fatto l’accento sulla sua remissività ha alimentato l’idea che la maternità (biologica) sia (sempre) un dono di Dio.

E se la maternità di Maria fosse stata il frutto di una violenza sessuale? Se fosse stata l’espressione più atroce della sua condizione di inferiorità sociale? E non avendolo scelto e non avendo avuto altra scelta, lei e Giuseppe hanno deciso di accoglierlo come un dono di Dio, pienamente loro e pienamente estraneo? Pensieri sparsi…

Vi confesso una cosa: dialogare con Gesù, con Maria, con i cari mi piace, pregare qualcuno non tanto. È una cosa che non riesco più tanto a fare. Mi piace piuttosto pregare con qualcuno, non tanto pregare Maria, ma pregare con Maria, cercare di immedesimarmi con i suoi sentimenti, di intuire il suo vissuto che è perduto e quindi per me recuperabile solo nella preghiera.

Non riesco a pregare una sposa bambina, una ragazzina vergine, pura, che in pose ascetiche accetta con assoluta sottomissione la volontà di un Dio (maschilista); sento di poter pregare con una donna matura, segnata dal lavoro e dalla vita, che ha percorso molta strada con il figlio o forse ha aspettato a casa che tornasse. Una donna che ha appreso da suo figlio un modo diverso di essere madre, donna, credente, sposa. Questo strano uomo che parla con le donne, che insegna alle donne, che si fa toccare e abbracciare dalle donne, che prende esempio dalle donne.

Una volta il mio amico Davide D’Elia, commentando il brano della donna in casa di Simone che unge i piedi di Gesù, mi ha detto: mi piace pensare che proprio il gesto di questa donna abbia suggerito a Gesù di lavare poi i piedi dei suoi discepoli come gesto d’amore. E la mia amica Monica Romano, qualche settimana fa, commentando il brano della Samaritana, faceva osservare come le parole della donna “Che vuoi da me che sono una donna samaritana?” offrono il quadro dell’incontro: l’esistenza e non l’insegnamento di un contenuto è in gioco in questo testo. Ed è straordinario (ma Giovanni è straordinario) come questa frase faccia eco, secondo me, alla frase che Gesù rivolge a sua madre durante il banchetto a Cana: che c’è tra me e te?

Queste sono le tracce della femminilità secondo il Vangelo, ma facciamo finta di non vederle…

Lo scorso Natale il Vescovo di Vittorio Veneto (credo) giustificandosi del fatto che non aveva presieduto la Messa mezzanotte perché si era addormentato, ha esordito dicendo (vado a memoria): “Se Dio non ha avuto orrore di nascere dal ventre di una donna, avrà di certo pietà del mio sonno”. E un giovane prete della mia diocesi, a cui facevo da chierichetto da ragazzo, parlando dell’ordinazione delle donne (si, sono stato sempre un rompi scatole) mi disse: “Il giorno che il papa dovesse decidere di ordinare una donna prendo questo (e si tolse il collarino) e glielo restituisco”. E potrei parlare a lungo della misoginia che ho incontrato in alcuni ambienti ecclesiali. “L’utero e Lutero lontano dall’altare” recita una “battuta” insegnatami da un prete.

La strada è lunga ahimè, ma proprio quei testi che sono stati deformati, contengono gli elementi per riformulare il nostro immaginario iconografico, su questo cerco di lavorare…

E la vostra icona di Maria, qual è?

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