«Prega il padre tuo nel segreto…»

Quando ero ragazzino avevo allestito una cappella in una piccola stanza al pian terreno della mia casa in campagna a Pozzo Cassero.

Al centro della parete avevo collocato un crocefisso che mio zio Saverio aveva composto con pezzi di corteccia; un crocefisso moro e nodoso. Sotto la finestra avevo collocato un piccolo tavolo di legno dipinto di verde, che avevo accuratamente ricoperto perché, insomma, il verde non mi sembrava un colore dignitoso per una piccola chiesa…

Un’ora al giorno, dopo aver finito di studiare e prima di cena, mi ritiravo in quella stanzetta per pregare, stare in silenzio, ascoltare la musica mentre leggevo un salmo o “celebrare la messa”. Quello che a molti appariva come un gioco, era per me un’occupazione seria che è stata fondamentale per strutturare la mia esperienza della fede e a volte mi manca non avere più l’innocenza per poterlo fare ancora adesso. Non mi sento stupido a dire che avevo una cura e un rispetto che non ho ritrovato neanche in molti preti che ho conosciuto.

Per molti anni della mia vita il sacerdozio è stato questo meraviglioso sogno nel quale ho immaginato la mia vita e sognato di trovare il senso profondo della mia esistenza e della mia visione nel mondo. Già, perché io ho questo tarlo (o forse una velleità): non mi basta vivere, ho bisogno che la mia vita abbia un senso, che produca effetto, che sia dinamica…

Ma non è del mio sacerdozio che voglio parlare qui, ma della mia stanzetta.

Quella stanza non esiste più! In occasione dei festeggiamenti per i suoi diciotto anni mio fratello, e mio papà non si è opposto, ha deciso a mia insaputa di trasformarla in un magazzino in cui sono state ammassate tante cose inutili: sedie rotte, vecchi giornali, giocattoli, peluches, una vecchia asse da stiro in disuso e così via. L’unica cosa bella che è rimasta è il crocefisso di legno al centro della parete.

Di tutte le stanze di cui si può disporre in una casa che conta mille metri quadrati calpestabili su due piani, hanno deciso di ammassare le cose superflue proprio in quel luogo.

Entrare in quella stanza è un dolore immenso ancora adesso dopo tanti anni e, ironia della sorte, non posso fare a meno di entrarvi perché proprio lì hanno deciso di collocare il quadro delle luci.

Per molti anni sono entrato senza accendere la luce, per evitare la visione di quell’ammasso insensato di cianfrusaglie: la stanza che governa le luci per me era una stanza buia.

Adesso invece accendo la luce e la guardo! E ogni tanto capita che nell’ammasso di cose scorga, come in una sorta di gioco archeologico, qualcosa di familiare, qualcosa di dimenticato, qualcosa da recuperare, qualcosa di bello.

Non so se sia capitato anche a voi, ma a volte mi sono sentito proprio come quella stanzetta: il luogo in cui si ammassano in maniera confusa le cose che non si desidera avere tra i piedi, cose eterogenee, rotte, inutili, ma anche ricordi, tracce del passato, cianfrusaglie di ogni genere. Mi sono sentito (o mi hanno fatto sentire? Non so) come la stanza delle cose rotte, inutili, superflue. E dovevo stare ben attento ad aprire la porta, perché altrimenti tutti avrebbero visto quelle cose rotte e inutili che ci stavano dentro. E per pudore restavo chiuso, mentre al buio rovistavo in cerca di qualcosa di buono, di sano, di ancora utilizzabile. Ma, ironia della sorte, tutte le vote che c’era bisogno di fare luce, di guardare con chiarezza, di cercare di vedere meglio, entravano, accendevano e riuscivano, senza curarsi del disordine.

Credo che alcuni gesti dicano molto di più delle nostre stesse intenzioni. Quella stanza non veniva utilizzata da nessuno, non era una stanza bella, non era una stanza luminosa, non si trova in una posizione particolarmente bella o funzionale. Una stanza piccola, con una sola finestra e una piccola porticina di legno che si chiude male. Un’immagine eloquente della posizione che per molti anni ho assunto nei miei rapporti parentali: occupare lo spazio che nessuno occupava, lo spazio che non serviva a nessuno, quello che gli altri avevano lasciato libero. Così rendevo meno pensante il senso di colpa di essere me stesso.

Faccio fatica a scrivere cose tanto personali, potrebbe sembrare uno scritto autocommiserativo, ma è esattamente il contrario: se non fossi ormai fuori da quella stanzetta non riuscirei a scriverne. Ho avuto la grazia di incontrare delle persone che hanno aperto la porta, acceso la luce, rovistato con pazienza tra le cianfrusaglie e fatto capire che non avevo bisogno di stare lì dentro per essere me stesso. Ancora adesso mi commuovo quando qualcuno vede in me cose belle e spero di non smettere mai!

Tante volte ho pensato di riordinarla, per l’ennesima volta difendere ciò che sono facendo ordine tra le cose che altri avevano depositato dentro di me, adesso no! Posso chiudere la porta e andare altrove e sentire mio lo spazio che c’è fuori dalla stanza…

Ho sempre avuto in odio l’idea di essere un’unica cosa, di avere un unico luogo, di poter fare solo una cosa; voglio avere la capacità di godere della bellezza di essere tante cose, tutte quelle che posso essere, e sentire legittimo essere me stesso.

Non so se qualcosa di simile è capitato anche a voi: di essere stanze in cui vengono ammassate cose che non vi appartengono e di ritrovarvi a fare ordine tra cose che non ricordavate neanche di aver conservato. Un po’ è inevitabile perché siamo “soggetti storici”, soggetti alla storia, alla lingua, alla cultura nella quale viviamo: conserviamo dentro di noi cose che altri vi hanno depositato. Ma un conto è essere delle meravigliose biblioteche, dei musei, degli archivi nei quali poter ritrovare le cose più belle che la cultura ha prodotto, o una meravigliosa dispensa dai molti profumi, una pietanza nella quale ritrovare sapori diversi, o un giardino in cui convivono piante che armoniosamente si alternano nella fioritura donando in ogni tempo colori e profumi differenti; un conto è essere magazzini, ammassi di cose inutili che nessuno vuole…a questo bisogna ribellarsi!

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