Complesso il testo che abbiamo meditato nella II Domenica di Quaresima (rito ambrosiano): Gv, 4, 5-42. Un dialogo complesso, ricco di teologia, come di consueto nel Vangelo di Giovanni.

Tuttavia non è dalla teologia giovannea che voglio partire questa volta, ma dalla memoria silente che si nasconde tra le pieghe di questo racconto. Lo faccio procedendo martinianamente attraverso un esercizio di immaginazione.

Immagino questa donna che per l’ennesima volta si trova sulla strada verso il pozzo. Conosce a memoria ogni pietra, ogni arbusto, ogni angolo di questa strada: è il suo cammino quotidiano. Tutti i giorni (o quasi) si reca al pozzo ad attingere acqua. La immagino procedere con un’anfora sulla testa, in perfetto e invidiabile equilibrio, e magari altre due in mano. Non so perché ma immagino un passo stanco o semplicemente distratto. Non credo che solitamente il pozzo sia un luogo di incontri entusiasmanti, specie a quell’ora del giorno. La immagino (non so perché) appesantita da quella sua routine quotidiana, che fa da specchio alla sua condizione di donna: poche aspettative, poche sorprese possono intervenire allora nella vita di una donna. Ma è proprio in questo contesto che la sua vita le riserva un incontro inaspettato.

Istintivamente penso alla quaresima, a questo tempo “insolito”, spesso connotato da un eccesso di volontarismo: vorremmo essere più sobri, vorremmo essere più semplici, vorremmo essere più raccolti. È come se il testo ci suggerisse una chiave di lettura differente: non si tratta di sconvolgere artificiosamente e volontaristicamente il nostro quotidiano, ma di trovare nel quotidiano il luogo dell’incontro. Eppure il Vangelo lo ripete insistentemente: bisogna avere occhi per vedere (e orecchie per intendere). Si tratta di vivere il quotidiano come momento di grazia, scorgere la sua infinita ricchezza. L’incontro accade nella semplicità di un luogo che sembra abituale, che sembra già conosciuto, dal quale non ci si aspetta nulla di nuovo.

Così proprio in quel luogo, la donna viene raggiunta da un saluto insolito e da un invito ancora più insolito. Che ci farà un uomo solo nei pressi del pozzo? Non c’è molto da fidarsi!

Quest’uomo le rivolge una parola e (forse per la prima volta) non è un ordine ma un invito. Non so quanto spesso accadesse che le donne fossero ai tempi destinatarie di un invito, tanto più un invito che mette Gesù nella condizione di chi ha bisogno di essere aiutato. Lui, uomo, non le chiede nulla di servizievole, le chiede di essere dissetato. Che strano uomo questo Gesù con le donne: non usa la forza, non indica ruoli a cui attenersi, non ha il piglio dell’autorità; chiede e così facendo intavola una discussione.

E ancora istintivamente penso a noi, a questo tempo che viviamo. Se non sia il caso di rimodulare il nostro modo di parlare, di dare una tonalità differente alle parole ma, ancora di più, se non sia il caso di rivolgerci diversamente alle persone, perché dal nostro modo di parlare passa una possibilità di cambiamento per l’altro. Da ex insegnante so quanto possa essere importante per un alunno che si trova in difficoltà, che fatica a trovare la sua chiave di lettura, formulare una richiesta che gli permetta di reagire, di collocarsi, di vedersi in una diversa prospettiva.

Vale anche nelle amicizie o nei rapporti affettivi: saper “chiamare” con tonalità differenti, interpellare l’altro non sempre sulle stesse cose, concedergli la grazia di sentirsi, sapersi, scoprirsi altro. E anche noi ne abbiamo bisogno: a volte agogniamo una parola che ci consenta di sentirci altro, di vederci altrove, di leggerci diversamente.

Ci sono due elementi del dialogo su cui vorrei soffermarmi: l’acqua e il pozzo.

Ancora l’acqua (come a Cana) e peraltro un’acqua legata ad un patriarca. Ancora (credo) l’acqua della Legge, della tradizione, quell’acqua che sembra attingibile solo in un modo: col secchio, dentro il pozzo che ha costruito Giacobbe. Il quale altro modo è attingibile? È forse Gesù più grande di Giacobbe? È forse Gesù più ricco della Legge? L’acqua si attinge da lì o non si attinge.

E ancora noi e i nostri gesti stereotipati: ancora una volta il digiuno, il fioretto, la rinuncia, la carne (a cui forse dovremmo cominciare a rinunciare al di là della quaresima), ancora i nostri modi stereotipati di vivere la fede e le relazioni. Ma non ci rendiamo conto che quell’acqua attinta con così tanta fatica e a prezzo di così tanti chilometri non ci disseta? Se continuiamo a fare avanti e indietro tutti i giorni dal pozzo, vuol dire che quell’acqua non ci basta, eppure continuiamo a ripetere ostinatamente gli stessi gesti. Invece c’è un’acqua diversa, un’acqua che è capace di autogenerarsi, di dissetare gli altri, di renderci ad un tempo cervo e fonte. Si può attingere anche l’acqua migliore, ma se va a dissetare una vita rinsecchita non serve a granché. Possiamo cercare tutti gli stimoli del mondo, ma se non siamo fonte l’acqua verrà prosciugata.

Il punto non è a quale fonte attingiamo, che cosa dobbiamo fare, ma in che misura quello che facciamo ci rende generativi.

Gesù ha questa capacità: parla alla donna, scuote la sua quotidianità, la vede, la conosce, sa chi è, sa leggere il suo vissuto e la donna dimentica acqua e brocche e va a raccontare a tutti di quest’incontro. La donna diventa fonte che zampilla. Mi sembra di vederla, gioiosa, quasi invasata, fermare le persone e dire: venite a vedere un uomo che mi ha detto chi sono! Lei che pensava di sapere chi fosse, che dava per scontato che la sua vita si consumasse nello spazio di quel tragitto, che immaginava la sua vita come l’unica vita possibile, scopre un modo diverso di esistere.

Come sono le nostre parole? Mortificano o creano, rinsecchiscono o irrigano?

A quali parole diamo ascolto? Ciò che viviamo ci spinge verso la creatività e l’apertura, o ci appiattisce su noi stessi? Le persone che ci circondano, le relazioni nelle quali siamo immersi ci nutrono e ci rendono generativi o ci rinsecchiscono e ci appiattiscono?

Mi piace pensare che tornando in paese la samaritana abbia mandato a quel paese anche l’ennesimo uomo che aveva accanto. Che avrà capito che una donna non ha bisogno di avere accanto un uomo per essere qualcuno. Il Vangelo dice che molti credettero per le sue parole! Per le parole di una donna. E che cavolo!!

C’è un ultimo punto da non trascurare: il pozzo.

Io, devo dirvi la verità, molto spesso non mi sento Gesù né la samaritana, mi sento il pozzo.

A seconda di chi mi guarda rivelo cose diverse. Se a guardarmi è un occhio stanco, se lo sguardo è uno sguardo disilluso o troppo facile alle conclusioni, l’acqua che ho non disseta, non zampilla. Ma se a guardarmi è un occhio libero, un occhio pieno di grazia, scopro di avere in me più di quanto pensassi e da pozzo divento fonte.

Gesù è bravo in questo: laddove gli altri vedono acqua, lui attinge vino (a Cana di Galilea). Laddove tutti vedono un pozzo, lui vede una fonte. Laddove tutti vedono qualcosa di noto, di immobile, lui vede ricchezza, novità, vita.

Ma il suo è anche un richiamo al modo di attingere, allo stile della relazione: Gesù attinge senza esaurire, sa attingere dalle persone, ma senza consumare ciò che esse sono, ciò che hanno da dare; anzi, attraverso il suo gesto la loro ricchezza appare moltiplicata!

Io spero (qualche volta) di avere questo occhio.

Vorrei guardare chi incontro e vedere fonti! Saper attingere, senza consumare.

Questo si è un buon fioretto!

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