La mia preghiera ha sempre necessitato di una cornice, di una collocazione liturgica. Anche se negli anni questa cornice è cambiata, così come la motivazione che ne rende indispensabile la presenza.

Sicuramente è una ragione estetica quella che mi ha fin da subito guidato. E uso il termine con radicalità: la sensazione. Non la bellezza o «l’estetica delle cose» (che pure è una dimensione fondamentale del vissuto e anche della preghiera), ma le sensazioni (odori, colori, suoni) sono vie d’accesso all’interiorità; così come le azioni (che sono poi anch’esse connesse alle sensazioni): fare delle cose, o meglio compiere dei gesti, compiere dei movimenti, indossare abiti differenti etc.

Azione e sensazione (che non vuol dire «provare delle cose e fare delle cose») sono, a mio avviso, dimensioni imprescindibili della preghiera. Quando mancano (entrambe o una di essere) la preghiera diventa intellettualistica, disincarnata, oltre che (inutilmente) faticosa.

Certo, non disdegno di pregare laddove mi trovo…

Non mi dispiace pregare dove mi trovo, quasi che la preghiera possa nutrirsi di ciò che mi circonda. Pregare sul terrazzo di casa, in campagna, al parco, di fronte al mare, sulla poltrona, seduto alla scrivania, a letto, o facendo una sosta durante una passeggiata.

La preghiera assume il sapore del luogo in cui mi trovo, delle sensazioni o emozioni che il luogo mi dà, riceve nutrimento dalle persone che vedo passare, dagli oggetti che mi circondano, dalla vita così come lì accade: alberi, animali, piante, uccelli etc…

Sento quella preghiera davvero incarnata, una preghiera esistenziale, nutrita dalla vita.

Qualche tempo fa, di ritorno in aereo da un viaggio, «cullato» dal vento (non senza qualche sobbalzo, in realtà mi fa un po’ paura volare) ho sentito il desiderio di pregare il vento. Ma non per ingraziarmelo!! Ritengo di aver superato, anzi credo di non averlo mai avuto, l’approccio utilitaristico alla preghiera; quasi che si tratti di ingraziarsi qualcuno (che se ha bisogno di essere «adulato» vuol dire che poi tanto amorevole non è). No! Piuttosto la sensazione è stata un’altra.

La preghiera è una modalità di percezione della realtà; pregare il vento non è stato «chiedergli di non fare sobbalzare l’aereo», ma percepirlo nella sua bellezza, meglio ancora: percepirlo! La preghiera è per me un (diverso) modo di percepire le cose. Così il vento è divenuto qualcosa da ascoltare, da cui farsi cullare; anziché resistere al suo modo di operare, ho provato a sentirlo. Sentire la sua forza, che mi permetteva di stare lì, sentire anche la sua ambiguità: amico che ti culla e ti accompagna, ma anche resistenza, ciò che mette alla prova la tua forza, il «vento contrario».

Così la preghiera è stata un far entrare la vita dentro di me: non ero solo io che stavo facendo un viaggio e dovevo arrivare presto a casa, ma ero parte di un piccolo evento cosmico (e quale momento della nostra vita non lo è). Librandomi nell’aria e sentendo il vento sorreggere il mio viaggio, ho percepito (forse più che in altre occasioni) che siamo costantemente parte di unica vita cosmica.

Allora pregare il vento, o se preferite parlare con lui e farsi dire da lui come si comporta, imparare da lui alcune cose della vita, non è per nulla blasfemo, anzi mi pare molto biblico.

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