Da alcuni anni ormai ho l’abitudine di raccogliere i miei appunti in quaderni Fabriano con i fogli colorati. Riflessioni, appunti di lavoro, note di lettura, bozze preparatorie degli articoli, schemi delle lezioni sono affidati a questi meravigliosi quaderni Woodstock Wonders, su cui scrivo rigorosamente con le mie penne stilografiche ad inchiostro blue/black. Tranne che per Giovanni. Il Vangelo di Giovanni ha uno spazio tutto suo: un quaderno nero con carta écru, scritto in nero.
Di tutti i Vangeli, Giovanni è quello che più mi ha affascinato; in particolare il Prologo ha un posto speciale tra i miei amori giovannei (insieme a Maria di Magdala, le Nozze di Cana, la lavanda dei piedi e la Samaritana; anche Nicodemo mi sta simpatico).
Per anni ho studiato il testo nei suoi vari aspetti, avvalendomi di commentari e raccogliendo ogni genere di materiale: omelie, articoli, saggi, meditazioni. Non sono mai sazio. Così negli scaffali della mia (piccola) libreria si moltiplicano i volumi sul tema e molti ancora ne vorrei. Solo la oculata gestione delle finanze ha fatto da deterrente alla mia famelica ricerca di letture giovannee.
Volevo e voglio saperne sempre di più, perché non c’è commento che riesca ad esaurire la bellezza di questo testo; per fortuna!
Tuttavia, queste letture non hanno mai eliminato in me il gusto del testo, il piacere di rileggerlo facendo risuonare (specie nella versione greca) questo meraviglioso inno; in fondo ciò risponde alla sua natura. Di tanto in tanto sento anche il bisogno di riscriverlo; quando comincio una nuova sezione del quaderno dedicato a Giovanni, per sancire l’inizio di una nuova fase della mia vita (nei diari), o del mio lavoro (nei quaderni).
L’ultima volta che sono ritornato sul testo, è però successo un fatto singolare, che forse al lettore apparirà scontato.
Ad attirare la mia attenzione era, ancora una volta, il Logos, che, peraltro, con questa funzione, compare solo nel Prologo. Perché Giovanni ha scelto questo termine? A cosa pensava? In quale orizzonte teologico si iscrive questa scelta?
Così ho messo in campo i miei «potenti» (e anche preferiti) mezzi: Brown, Leon-Dufour, in particolare. In men che non si dica la mia scrivania si è riempita di fogli, libri, diverse edizioni della Bibbia, pennarelli e penne di vari colori.
I commenti esegetici ricostruiscono con grande cura il retroterra biblico che sta alla base di questa scelta Giovannea. Ma le spiegazioni mi lasciavano insoddisfatto, più del solito!
«Giovanni pensa senz’altro a Gn 1, alla creazione attraverso la parola […]».
Ma che è la parola in Genesi 1? Che diceva Von Rad a tal proposito? E Borgonovo? E il Dizionario di teologia biblica di Léon-Dufour?
«Ma il Logos si comporta più come la Sapienza […]».
Cerco i paralleli nell’Antico Testamento, leggo le note. Cerco «Sapienza» nel Dizionario.
Forse, penso, dovrei comprare un commentario del Siracide! Mi convince di più del libro della Sapienza. Chissà poi perché non è stato accettato nel canone ebraico? Ne so troppo poco…
«Ciò che è stato creato in lui, era vita»…
La BJ segue la lezione seguita anche da Brown. Mi convince e poi rispetta la grammatica greca. Chissà perché la CEI si ostina a tradurre seguendo la Vulgata «In lui era la vita»; sembra tautologico, come potrebbe essere altrimenti?
Vita in Giovanni è zoé, la vita di Dio è zoé, anche senza l’aggettivo «eterna».
Ma in che modo la parola è presente nella creazione? Cosa diceva Bonhoeffer in Creazione e caduta? Perché mai non segno le pagine importanti!! Diceva, credo, che la parola costituisce l’unica reale continuità tra la creazione e l’esistenza delle cose create…
La parola è la vita delle cose, le cose sono vive in quanto portate all’esistenza dalla parola.
Il mio maestro Sini avrebbe tanto da dire su questo e tanto mi ha insegnato.
E io avrei tanto da meditare sulla potenza che la parola possiede rispetto alla possibilità di far vivere o morire le cose. Se una cosa non si dice è morta, per questo, forse, vale ancora la pena pretendere un certo pudore rispetto al linguaggio e ribadire che, dall’altra parte, bisogna esercitarsi a dire le cose importanti…
Avrei potuto continuare per settimane!
È stato come sempre un viaggio meraviglioso, una immersione nel lavoro dello Spirito, che parla attraverso le vite degli uomini.
Quando davanti a noi si distende l’infinito intreccio di rimandi, testi, episodi, che hanno tessuto ciò che noi chiamiamo «Parola di Dio», si intuisce che il segreto di questa parola non riposa nel suo significato, ma nelle vite che l’hanno accolta, detta, scritta, raccontata (compresa la nostra); si vede che ciò che è accaduto è inevitabilmente perduto, ma che proprio per questo ti interpella: devi ridirlo, ri-raccontarlo, trasmetterlo, solo così resta vivo! Solo se prende la parole nelle tue parole può essere ancora ascoltato.
E d’improvviso mi è apparsa, come in un lampo, una cosa talmente vicina, che avevo dimenticato di vederla:
Devo capovolgere il mio sguardo e partire dalla carne, non dal Verbo!
E il Verbo si fece carne: o logos sarx egeneto, è diventato carne […].
Noi che abbiamo negli occhi e dietro gli occhi secoli di dispute teologiche e volumi su volumi di commenti, abbiamo dimenticato ciò che è accaduto «in principio»: delle persone, in un dato momento della loro vita, lungo una strada, lungo la riva di un mare, in una sinagoga affollata, dentro la casa di un amico, accanto ad un pozzo, mentre piangevano una persona cara o gioivano per l’amore di due sposi, hanno incontrato un uomo, hanno incrociato il cammino di Gesù che li stava cercando. E questo incontro ha trasformato la loro vita, la loro fede.
Prima c’è l’incontro! Solo dopo, frequentandolo, seguendolo, ascoltandolo, magari senza capire tutto, vedendosi lavare i piedi e donare la sua vita come cibo, seguendolo sul cammino della croce o scappando per paura, confessandolo risorto, facendo i conti col passato e scegliendo il proprio futuro, hanno compreso che in quell’uomo risuonava la Parola che da sempre avevano cercato; quell’uomo era portatore di un nuovo sapore della vita e della fede.
Martini diceva che Giovanni è il Vangelo del presbitero (dell’anziano nella fede) e del contemplativo: colui che riesce ad abbracciare in uno sguardo il senso della sua esperienza di fede, contemplandolo. E a ragione! Il Prologo è come «uno sguardo d’insieme» sulla vicenda di Gesù, ma più ancora sulla vicenda dei cristiani che lo hanno incontrato.
Ecco chi era Gesù! Ecco perché le sue parole ci avvincevano così tanto! In lui risuona la parola che sento risuonare in ogni cosa, in lui risuona una parola che mi appartiene e alla quale appartengo, che quasi non ero consapevole di cercare. La sua vita illumina il mio cammino e riposando sotto il suo raggio sento che la mia vita diviene più luminosa e questa luce si espande più in là di ciò che io stesso desideri o possa capire.
Fin dal principio la parola ha dimorato in Dio,
in principio era la parola,
Dio, la Parola.
La parola non è un attributo di Dio, è un altro modo di dire Dio stesso, poiché Dio non fa altro che questo: parlare, sempre, ovunque, in ogni realtà. E poiché tutto fu fatto per mezzo di lui, nulla tace! Nessuno e nessuna cosa tace, tutto gli fa eco, tutto oscuramente racchiude la parola che lo ha generato.
Ma questa Parola, non è un significato, non è una «parola articolata», è suono, è soffio, è vento, è un rombo di tuono, un fruscio, o il pieno silenzio.
Dio diventa Logos (parola articolata) nel suo prendere tenda nella carne, nelle pieghe della storia, quando l’uomo gli fa da tenda.
La vita di Dio si impasta con quella dell’uomo, e questa vita diventa luce degli uomini, perché in essa la parola eterna di Dio risuona diversamente, acquista tonalità differenti, nuovi accenti, nuove parole.
A noi non resta altro (si fa per dire) che l’incarnazione!
La fede non è altro che la vita vissuta all’interno di una relazione: prima c’è un incontro, con tutti i fraintendimenti, le perplessità e gli errori di una relazione viva. L’unico modo di entrare in questa dimensione è quella di offrire la propria carne al logos.
E così la vita (la vita permeata dal Logos) diventa luce che splende nelle tenebre.
E le tenebre sono tali non in se stesse, ma solo per differenza dal Logos. Non ci sono tenebre prima che il Logos splenda, non si può a priori sapere ciò che è buono o meno buono, ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è bello o brutto, prima che la vita risplenda.
E la luce della vita non è mai totale: illumina delle cose e ne lascia in ombra altre, che non sono perdute, ma solo momentaneamente fuori dal suo spazio visivo. Perché la luce non è fissa, è la vita che continuamente vive e si trasforma e si muove.
E le tenebre non possono esaurirla, vincerla, opprimerla.