Ma Gesù taceva […]. (Mt 26, 63)
Il silenzio di Gesù durante la passione è disarmante. Parla pochissimo e quando lo fa, non risponde, non spiega, non si difende, non argomenta. Tu lo dici! Il suo parlare chiama in causa l’interlocutore, lo «tira dentro», lo obbliga a prendere posizione, a fare una scelta, a dire «da che parte sta» di fronte a ciò che sta accadendo.
Di fronte alla Passione non si può restare neutrali; chi ci prova, come Pilato, rimane vittima delle sue azioni e fa precipitare gli eventi. Senza l’avallo di Pilato (convinto o estorto) non si sarebbe potuta eseguire una sentenza capitale.
La Passione scuote il nostro animo e fa emerge i nostri sentimenti più profondi. Ciò non è dovuto solo dell’enorme sofferenza cui assistiamo e che scuote la nostra sensibilità, ma al fatto che nella Passione ne va del destino di un uomo, del senso di una vita, di ciò che ha costruito e di ciò che resta. E il tutto è ancora più vertiginoso se pensiamo che in questa vita ne va del senso stesso di Dio.
Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo […]. Pietro di disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. (Mt 26, 31-35)
Dobbiamo credere alla sincerità delle parole di Pietro! Per quanto sia spesso presentato come un entusiasta, Pietro non è uno sprovveduto. È un uomo concreto, conosce il suo lavoro, ha costruito una famiglia, è un uomo adulto (anche se non ancora «maturo»). Quando decide di seguire il maestro e rivedere la sua vita non lo fa con leggerezza. È un uomo che non ha paura di mettersi in gioco. Quando dice che sarebbe disposto ad affrontare la morte per Gesù è sincero! Di fatti, nel giardino non ha alcuna esitazione a tirare fuori la spada e colpire il servo del sommo sacerdote! Ma Gesù lo ferma, corregge il suo gesto, lo «redarguisce». Senza opporre alcuna resistenza si fa arrestare e processare.
Pietro lo segue, aspetta fuori dalla sala del sinedrio. Magari in cuor suo sperava che Gesù uscisse in trionfo, acclamato dai capi dei sacerdoti. Il tempo passa e non succede nulla, e Pietro è preso dal dubbio: e se mi fossi sbagliato, e se mi fossi fidato di un falso profeta? Dov’è Dio? Perché il maestro non rivela la sua potenza come su Tabor? Eppure io l’ho visto, ha sedato la tempesta e salvato la barca, mi ha teso la mano e salvato dalle acque. Ha riportato in vita Lazzaro. Che succede?
Quando lo incalzano, lui risponde: «Non lo conosco!». Per tre volte.
[…] «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: Non conosco quell’uomo!». Dopo poco, i presenti si avvicinarono a Pietro e dissero: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. (Mt 26, 69-75)
Eppure Gesù gliel’aveva detto! Non glielo aveva detto perché «lui sa tutto», ma perché, come ripete spesso il Vangelo, lui conosce il cuore dell’uomo. Perché è egli stesso un uomo. Gesù ha messo in guardia Pietro da ciò che avrebbe provato, perché lui stesso lo aveva provato sul Getsèmani. Lo sconvolgimento che i discepoli provano di fronte alla Passione, lo ha provato anche Gesù, lo ha attraversato e lo ha vinto. Anche lui ha pregato che il Padre allontanasse da lui questa prova, anche lui si è chiesto se fosse l’unica strada possibile e solo quando ha compreso che era l’unico modo per restare fedele a se stesso, per restare fedele a Dio, ha ripreso il cammino.
Non dobbiamo alimentare sentimentalismi, pietismi e dolorismi. La Passione, ogni passione, è insensata in quanto alla sofferenza; è sensata solo alla luce della vita che l’attraversa, solo in quanto esprime il vissuto profondo di Gesù, che non la subisce, ma l’attraversa.
Nell’ultima cena aveva detto: «questo è il mio corpo; questo è il mio sangue». Un uomo può offrire solo ciò che è; nessuno di noi po’ offrire qualcosa di più o qualcosa di diverso da ciò che è. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Ciò che Gesù è, fa, dice sono un tutt’uno. Solo una vita vissuta in pienezza può arrivare a far dono di sé, altrimenti diventa il dono «del superfluo» o dell’inutile…
Lo sguardo di Gesù riporta Pietro a se stesso, lo riporta al punto centrale: non importa chi sono, ma chi sono per te! Pietro piange; piange perché comprende che quel Gesù da cui si è sentito tradito custodiva invece la parte più autentica della sua vita. Piange perché comprende che, al di là delle sue aspettative, ciò che aveva vissuto con Gesù era la parte «migliore» di sé.
È buio su tutta la terra e tu dall’alto della tua croce taci.
Tace la terra, tace il tuo Dio, mentre tutt’attorno è un brulicare di gente, un affannarsi di soldati e di curiosi, un vociare assordante di gente che non sa, non vede, a cui non importa la vita che muore crocifissa sul Golgota.
È questo ciò che sconvolge, che la morte di Dio accada come un fatto di cui si accorgono in pochi, mentre per i più, una volta deposto il tuo corpo dalla croce, non sarà accaduto nulla.
Ma poi è ciò che accade ad ogni morte, ogni morte accade per pochi. Così capita agli uomini e tu sei profondamente e realmente uomo.
Noi abbiamo trasformato questa morte in un avvenimento solenne, abbiamo onorato il tuo corpo esanime, ma dopo che sei risorto. Solo dopo che sei risorto, abbiamo capito l’enormità di ciò che era accaduto.
Eppure tu hai voluto che il senso più profondo di Dio apparisse nella sua morte sulla croce e non nello sfolgorio della luce. Di questo tuo gesto siamo figli, a questo tuo gesto non potremo mai più sfuggire.
Stando ai piedi della croce sulla nuda terra, senza canti, senza incenso, senza mani pietose che accudiscano il tuo corpo, contempliamo il compiersi del destino di un uomo, che era Dio.