Il mio primo incontro con l’insegnamento del Cardinale Martini è stato di tipo «letterario». Un giorno, curiosando in libreria, trovai tra i libri di mia mamma il testo della lettera pastorale «Ripartiamo da Dio». Avevo circa quattordici anni. All’inizio non fu una lettura facile, ma mi colpì il fatto che gli argomenti trattati lasciavano trasparire una insolita vitalità. Mi colpì in particolar modo il testo della preghiera che il Cardinale fa con il SS. Sacramento in mano, durante la processione del Corpus Domini. Erano per me parole nuove, un modo insolito di pregare, un vero e proprio dialogo con il Signore nella Verità. Periodicamente torno a quella preghiera che, come altre preghiere del Cardinale, è diventata un’indicazione di «stile» per la mia preghiera personale. Il primo libro comprato personalmente fu «La gioia del Vangelo» (che curiosamente ho perduto, cosa che mi capita raramente). Si tratta di una serie di meditazioni rivolte ai giovani, cosa che mi parve confacente alla mia situazione. L’ho portato con me per anni, e per lungo tempo non sono riuscito ad andare oltre la prima metà, non perché non fosse interessante, ma perché rimasi letteralmente folgorato dall’esegesi che Martini fa dell’episodio delle Nozze di Cana. La prima volta che lo lessi (ma mi capita ancora adesso), rimasi stupito della ricchezza del suo commento: non credevo che dalla Scrittura si potessero trarre tutte quelle cose. Ma rimasi colpito anche dall’attualità dei contenuti del brano e da quella che, oggi, definirei la capacità del Cardinale di leggere l’animo umano alla luce del Vangelo. Questi tre aspetti – conoscenza della Scrittura, capacità di leggere la realtà alla luce del Vangelo (e viceversa) e conoscenza dell’animo umano- sono le tre cifre dell’insegnamento di Martini che ne fanno per me, ancora adesso, un punto di riferimento imprescindibile.

La lettura dei testi di Martini, mi ha accompagnato per tutto il liceo. L’università e l’arrivo a Milano hanno dato l’avvio ad una «seconda fase» di questo rapporto. Durante i primi anni di università il mio percorso spirituale subì uno scossone: erano mutati gli spazi, i luoghi e io stesso e gli strumenti di prima erano insufficienti. A Milano ero per lo più da solo e questo pure ha influito. Il Cardinale era ormai a Gerusalemme dove, com’è noto, si ritirò dopo la rinuncia al ministero dell’arcidiocesi ambrosiana. Un «caso» volle che si trovasse a Milano per una ricorrenza, era il Novembre del 2003; colsi l’occasione e gli scrissi una lettera che lasciai, non sapevo che altro fare, nella portineria dell’episcopio.

Al ritorno dalle vacanze natalizie trovai tra la posta un suo biglietto autografo, speditomi da Gerusalemme. Tra le altre cose mi indirizzava da Don Paolo Cortesi, che poi sarebbe diventato il mio padre spirituale. Fu un momento straordinario che ricordo ancora adesso con commozione. Avevo da poco perso mia madre e quel biglietto mi parve un segno straordinario: ancora una volta il Cardinale (senza saperlo, come d’altronde era accaduto per i suoi libri) mi aveva aiutato a tracciare una via nella mia vita.

Alcuni anni dopo,- lui era rientrato in Italia a causa delle sue condizioni di salute- grazie a Don Paolo (una sorta di quadratura del cerchio) ebbi modo di incontrarlo.

Andai a Gallarate nella residenza dei gesuiti dove risiedeva. L’incontro avvenne al mattino in una saletta del pian terreno, perché nel suo appartamento stavano facendo le pulizie. Mi ricordo che dopo i saluti mi disse «Oggi devo fare molto affidamento allo Spirito Santo, perché è una giornata off». Non starò qui a dire i contenuti della conversazione, non è il contesto adatto. Ciò che ricordo con emozione è che al termine del colloquio mi disse: «Ti chiederei di accompagnarmi fino all’ascensore». Io ne fui felice e con tono servizievole e affettuoso gli dissi «Eminenza, vuole darmi il braccio?»; ma lui con il suo tono inconfondibile mi rispose: «No, mi basta che mi cammini accanto». Queste sue parole, quei pochi passi lungo il corridoio (che ricordo lunghissimo!) l’uno accanto all’altro, costituiscono uno dei ricordi più vividi, più belli e simbolicamente più forti di quella giornata. Cosa avrei potuto fare di più per quest’uomo che mi era stato accanto (per lo più senza saperlo) per anni, che per anni aveva camminato accanto a me sostenendomi e indicandomi le possibili direzioni da prendere? Non avrei potuto sperare di più, non avrei potuto immaginare una cosa più intima e più significativa di questa: camminargli accanto. Pochi passi, poca cosa, ma era tutto ciò che potevo dargli.

Il lavoro che segue risponde, nello spirito, a quello che avvenne quella mattina. Questo testo, che non ha pretese esaustive, che intende raccogliere parte della sua eredità attorno ad uno dei nuclei tematici, a mio avviso, più originali del suo pensiero, vuole essere il mio modo di «camminargli accanto».

F.E.

(Prefazione a Il cardinale Martini e la figura globale del cristiano, Jaca Book, Milano 2017)

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