I Domenica di Avvento Anno B
Ad te levavi
L’anno liturgico si apre con il tempo di Avvento. La ciclicità del tempo liturgico ha un che di confortante: la possibilità di ricominciare; un nuovo anno, un nuovo inizio.
Avvento (adventus, venuta, arrivo): il Dio dei cristiani è un Dio adveniens, un Dio che non resta fisso nella sua imperturbabilità, ma che ritorna, che si muove continuamente verso l’uomo. E questa consapevolezza è fondata sulla storia, sul fatto che Dio è già venuto, nella sua Incarnazione. Così l’Avvento conserva questa duplice tonalità: storica ed escatologica; il passato e il futuro; il Signore è già venuto, il Signore tornerà. In mezzo, teso tra queste due estremità, il presente: tempo dell’attesa.
Tuttavia, bisogna guardarsi dalla tentazione di svuotare il presente! L’attesa di ciò che verrà e il ricordo di ciò che è avvenuto non devono creare in noi false speranze, né rimpianti del passato. Il presente per il cristiano è un tempo pieno, la sua attesa è piena.
Il cristiano ha visto il Signore risorto, sa che il seme è già stato posto nella terra e attende che si rivelino i figli di Dio e avvenga il suo regno.
Il seme è già stato posto nel grembo della terra e attende di germogliare; ma perché germogli va nutrito e irrorato, custodito e vegliato, protetto dal gelo, perché la primavera della Risurrezione, che già ci abita, possa esplodere in tutta la sua bellezza. Perché la Risurrezione non è solo destino che ci attende nel futuro, è seme che già opera nell’attualità della nostra vita in virtù del nostro battesimo.
Vangelo secondo Marco
(Mc 13,33-37)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Leggendo queste parole saremmo tentati di avvertire quasi una minaccia, un avvertimento a stare vigli per non essere colti in fallo. Ed è possibile che storicamente questo brano, e l’intero testo da cui è tratto, avesse questa tonalità: bisogna conservarsi puri e irreprensibili, cosicché al suo ritorno il Signore non ci colga in fallo. E tuttavia, se ci soffermiamo troppo su questa lettura, rischiamo di perdere l’essenziale.
L’incontro con il Signore non è qualcosa che deve farci paura, ma qualcosa che ci riempie di gioia, che ci conforta, ci avvolge in un abbraccio. Se pensiamo ad altri passi dei Vangeli (penso alla parabola del padre misericordioso, o all’incontro tra Maria Maddalena e Gesù al sepolcro o all’unzione di Betania) queste parole sembrano pronunciate da un’altra persona.
Non è alla vigilanza ansiosa di chi deve avere il tempo di nascondere le proprie malefatte che si riferisce il Vangelo, ma all’attenzione di chi non vuole rischiare di perdersi qualcosa di bello. Perché, al di là di alcune immagini grandiose, si sa che Dio viene nel silenzio e nella brezza leggera, si sa che non fa rumore e non tuona dalle nubi, ma si nasconde nelle piccole cose.
Sembra dire: Vegliate! State attenti! Non perdete nulla di ciò che vi accade, non trascurate alcuna sfumatura del cielo, nessun sapore della vita, nessun profumo delle vostre giornate perché tutto è permeato di Dio e tutto può diventare occasione di incontro.
L’avvento è tempo di gioia, è tempo di attesa felice, fertile, produttiva, un’attesa piena di desiderio, un’attesa che trasforma la realtà in un luogo ospitale per Dio, come quando si pulisce casa e si prepara una cena per gli amici, o si aspetta l’arrivo della persona amata.
Non dobbiamo rischiare di essere talmente assorti dalle nostre preoccupazione da soffocare il seme di Dio che abita in noi e che chiede che ci facciamo grembo capace di partorirlo ancora una volta!
Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore.
Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Davanti a te sussulterebbero i monti.
Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo,
tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti.
[…]
Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
(Cfr. Prima lettura, Is 63,16b-17.19b; 64,2-7)
Il profeta nello smarrimento del suo tempo chiede a Dio di manifestarsi: Se squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Sente che il suo mondo lo ha dimenticato e Dio si è fatto imperscrutabile a causa del peccato di Israele. Ma Dio non tiene il broncio all’uomo! Dio non si assenta, Dio non tace…
È l’uomo che ha scambiato il lavorio del regno per silenzio di Dio, è l’uomo che non sa sostenere la ferialità della vita, che ha ceduto alla stanchezza, che non chiama, non cerca Dio, che vive il presente passivamente: Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te.
Il profeta soffre perché il suo popolo non senta la mancanza di Dio, non si desta nel sonno con desiderio di stringersi a lui.
Il silenzio di Dio è il silenzio del seme. Non dobbiamo restare atterriti da questo apparente silenzio, perché è gravido. E se i tempi di Dio ci risultano pesanti, non dobbiamo cedere alla stanchezza o alla sfiducia.
L’avvento ha la tonalità dell’autunno, diceva Adriana Zarri: le nostre giornate diventano più sobrie, le nostre liturgie più misurate, perché si faccia spazio in noi ai germi del futuro; perché ci deve essere un tempo per fare e un tempo per progettare, sognare, sperare, riflettere, custodire. Non si può vivere in un eterno operare; lo sa bene la terra che ha bisogno dei suoi tempi, anche se noi cerchiamo in tutti i modi di sfruttarla dodici mesi all’anno…
In autunno la terra è un grande grembo che accogliendo il seme lo trattiene in una lunga gestazione…
Dobbiamo respirare col respiro della terra, sentire questa terra apparentemente silente gravida del seme di Dio. Tutto sembra tacere, ma in realtà è il silenzio della maturazione del seme. È il lavorio del grembo di Dio che continuamente genera figli alla vita.
Non viviamo l’attesa con impazienza, cogliamo la pienezza del momento che viviamo; alcune cose ci mancano, ma quante cose riempiono la nostra vita, le nostre piccole stanze…
…noi siamo il seme di questa primavera che la terra attende.